Il Don Pasquale di Livermore alla Scala

Don Pasquale, Donizetti, Teatro alla Scala, Milano, Riccardo Chailly, Davide Livermore, Ambrogio Maestri,

Una regia vivace e intelligente nella quale spesso le azioni non riflettono il gesto suggerito dal libretto. Questo è il Don Pasquale per la regia di Davide Livermore, che il Teatro alla Scala programma – in alternanza a Francesca da Rimini – sino al 4 maggio.

Riccardo Chailly dirige in modo eccellente esaltando la raffinatezza del capolavoro semiserio di Gaetano Donizetti partendo dal giusto presupposto che non si tratta di un’opera buffa (come spesso erroneamente è inteso). Il direttore milanese coglie dunque il segno facendo di questo assunto il cardine della sua interpretazione che esalta la malinconia dei momenti quali ad esempio <<Veglio, sogno>>, nel secondo atto o  <<E’ finita Don Pasquale>> del terzo atto. Ambrogio Maestri è un Don Pasquale a tutto tondo, non teme il sillabato e porta a termine il proprio compito con onore. Mattia Olivieri (Malatesta) ha una linea di canto elegante e una presenza scenica che non tarda ad imporsi. Rosa Feola (Norina), a dispetto di qualche sparuta contestazione al termine, è la migliore in campo. La linea di canto non è baciata dalla natura ma la tecnica vincente e la straordinaria eleganza nel porgere ne fanno una Norina seducente e maliziosa. Corretto è infine René Barbera (Ernesto) e vivace il notaio di Andrea Porta.

Uno spettacolo quello scaligero che, se astratto dal contesto originario, nel suo insieme è godibile; è spiritoso, divertente anche se spesso le numerose trovate distolgono l’attenzione principale dall’esecuzione musicale. Il caso più emblematico è nel finale quando, Rosa Feola intona meravigliosamente <<La morale in tutto questo>>. I solisti si posizionano su altalene che vengono sollevate con l’eccezione di quella del protagonista, impossibile da sollevare per ragioni di peso. Tutti sorridono e si concentrano su questo spostando i riflettori da uno dei momenti più sublimi riservati a Norina. Un’altra questione si propone senza intenti polemici: l’azione espressa dal libretto deve riflettersi nella gestualità degli interpreti? E’ giusto che sia Don Pasquale a recarsi da Ernesto quando canta <<Giungete a tempo … stavo per mandarvi a chiamare, favorite>>? E inoltre, quando sempre il protagonista chiede a Norina << Signorina … dove va, vorrebbe dirmi?>> Norina gli risponde <<è una cosa presto detta al teatro a divertirvi>> senza muoversi di un centimetro. Ebbene non dovrebbe essere Norina ad entrare in scena intenta ad andare a teatro? Resta infatti seduta tutto il tempo su un divano senza compiere alcuna azione. In sintesi,  il libretto suggerisce un’azione e il regista la descrive in modo contrario. E’ strano che tutto ciò accada nella produzione di un regista che a sua volta è stato un musicista (Livermore infatti ha avuto una discreta carriera da cantante solista).  

Il cambio d’epoca non è un problema (questo Don Pasquale è infatti spostato negli anni ’50 del ‘900). Spesso si rivela essere una soluzione vincente sia per gusto sia per efficacia economica. A chi scrive non interessa che una produzione sia oleografica e/o didascalica. Semplicemente sia ha difficoltà a rassegnarsi che l’opera diventi sempre più patrimonio del regista e sempre meno di chi l’ha originariamente concepita.

Davide Marchetti


Teatro alla Scala
Milano 11 aprile 2018

Don Pasquale
dramma buffo in tre atti

libretto di Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
da Angelo Anelli
musica di Gaetano Donizetti

Don Pasquale | Ambrogio Maestri
Norina | Rosa Feola
Ernesto | René Barbera
Malatesta | Mattia Olivieri
Un notaro | Andrea Porta

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

direttore | Riccardo Chailly
maestro del coro | Bruno Casoni
regia di | Davide Livermore
scene | Davide Livermore e Giò Forma
costumi | Gianluca Falaschi
luci | Nicolas Bovery
video | Video design D-Wok

 

teatroallascala.org

 

 

ph. Amisano&Brescia

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