Il Rinaldo di Händel al Ponchielli di Cremona

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Un gruppo affiatato di cantanti molto bravi e ben preparati ad affrontare i virtuosismi e le agilità di una musica molto bella ma ricca di difficoltà per gli interpreti. Un’orchestra specializzata nel repertorio barocco con un suono eccezionale, sotto la direzione di uno dei maggiori esperti del settore, nonché ottimo clavicembalista. Una regia un po’ difficile da capire in un primo momento ma molto interessante ed evocativa, che riesce a coinvolgere lo spettatore nonostante le limitazioni della trama e la ripetitività del libretto. Questo il riassunto in poche righe del Rinaldo andato in scena al Teatro Ponchielli di Cremona, che nell’ambito di Opera Lombardia ha ospitato la preparazione e il montaggio di questo capolavoro del barocco. L’opera, scritta da un Händel venticinquenne sul libretto di Giacomo Rossi liberamente ispirato alla Gerusalemme liberata di Tasso, ebbe un successo strepitoso al suo debutto a Londra nel 1711, complice anche una scenografia con effetti speciali studiata apposta per intrattenere e stupire il pubblico. L’abbiamo sentita, a Cremona, nella sua edizione critica curata da Bernardo Ticci e rivista dal maestro Dantone stesso, che prevede un’unione delle due versioni, la prima stesura del 1711 e la seconda di vent’anni successiva. Il sipario si apre su un ufficio, un po’ claustrofobico, nel quale lavora Rinaldo, presentato come un impiegato un po’ insipido. Le perplessità suscitate dall’accostamento di una musica così antica con una visione così moderna sono parecchie, ma bisogna riconoscere che l’ambientazione è molto ben definita scenograficamente, curata nei dettagli, rendendo la scena viva e autentica, una scena nella quale lo spettatore può sentirsi coinvolto, in quanto presenta situazioni a lui vicine. Abbiamo scelto, quindi, di dare una chance alla visione curiosa e un po’ inaspettata del regista, per vedere dove ci avrebbe condotti. Ben presto questo piccolo mondo da ragioniere pavido e ingrigito dalla routine viene invaso da una serie di personaggi sempre più bizzarri e fantastici: si comincia con la bellissima Almirena che seduce l’impacciato Rinaldo, si prosegue con il condottiero Goffredo in divisa da generale, per finire con il saraceno Argante che si presenta in un outfit coatto e pacchiano.

Raffaele Pe è eccezionale nei panni del condottiero Goffredo. Dopo averlo sentito due anni fa nel Midsummer night’s dream di Britten sempre al Ponchielli, è un piacere incontrarlo e ascoltarlo nuovamente. Specialista del barocco, Pe è uno dei maggiori controtenori moderni. Una tecnica eccellente, una vocalità unica e un suono molto naturale sono le caratteristiche che lo contraddistinguono e lo rendono più che adatto a interpretare il ruolo di Goffredo che è stato scritto originariamente per un contralto. Ottima pure la caratterizzazione del personaggio. Dopo il rapimento della figlia da parte di Armida, nella struggente aria “Mio cor, che mi sai dir” rende in modo convincente l’angoscia del genitore preoccupato. Nel terzo atto, invece, canta con dolcezza e trasporto la sua aria “Sorge nel petto”, riuscendo a creare, grazie anche alla scenografia, un’idea di calma e serenità. Con un cambio scena che ricorda il diaframma di una macchina fotografica viene introdotta la bellissima Armida di Anna Maria Sarra, che entra in scena con una mise piuttosto sexy e modi da dominatrice; alle sue spalle un gigantesco ragno nero (chiaramente ispirato da quelli di Louise Bourgeois). La Sarra affronta senza paura e con ottimi risultati la parte ricca di acuti e sovracuti scritta da Händel per la maga musulmana, risultando convincente sia vocalmente che scenicamente. Armida è presentata come donna seduttrice e pericolosa, come un ragno che tesse la sua tela per intrappolare Rinaldo. Le furie al servizio di Armida sono invece tre squinzie che si presentano all’inizio del secondo atto vestite (poco) di paillettes e lustrini che riempiono il teatro di riflessi scintillanti. Per quanto riguarda l’Argante di Luigi De Donato, la sua voce è molto bella e dotata di note gravi sorprendenti, quando proiettata correttamente. A volte, infatti, la proiezione e il volume appaiono incostanti. Il basso ha però dell’ottimo materiale vocale da valorizzare. Rinaldo si ritrova in un mondo magico, una sorta di Narnia alla quale si arriva non attraversando un armadio ma uno attraverso uno schedario. In questo giardino di delizie, curvo come una half pipe, Almirena duetta con gli uccellini, sdraiata sull’erba. Una scena idilliaca, che suscita serenità, nella quale il giovane soprano Francesca Aspromonte dimostra le sue doti virtuosistiche in “Augelletti che cantate”, col magistrale accompagnamento dei flauti e del flautino. Il soprano sale e scende le scale musicali previste dalla sua parte senza nessuna difficoltà apparente e propone una Almirena fresca e voluttuosa, capace di sedurre Rinaldo fin dal primo sguardo. Un grande applauso ha dimostrato l’apprezzamento del pubblico per il celebre brano “Lascia ch’io pianga” del secondo atto, convincente nella sua tristezza e rassegnazione. Nell’atto terzo, ha cantato molto bene l’aria “Bel piacere è godere”, eseguendo precisamente le variazioni e i virtuosismi. Delphine Galou, nel ruolo di Rinaldo, ha una bella voce e delle note gravi davvero notevoli, ma dal fondo della platea a volte è difficile sentirla con un volume adeguato. Nel suo “Venti, turbini prestate” dimostra un buonissimo controllo delle agilità, che esegue molto bene. L’interpretazione del ruolo en travesti è piuttosto credibile, tanto che spesso ci si dimentica che dietro la giacca e la cravatta da impiegato si cela una donna.

Il secondo atto è interamente ambientato in un night club molto glamour, “The spider”, reso splendidamente a livello scenografico. In questo contesto Anna Maria Sarra delinea ancora meglio la figura di Armida, che dirige il locale. In questo atto si cimenta con successo nella resa di un alternarsi di emozioni diverse: canta “Ah crudel il pianto mio” con un fil di voce, disperata mentre cerca conforto nell’alcol (passando dal bicchiere direttamente alla bottiglia), affronta “O infedel al mio desìo” con grinta e decisione, mentre in  “Vo’ far guerra e vincer voglio” appare vendicativa e violenta (nei confronti della povera Almirena). Nel terzo atto compare la figura del mago cristiano che aiuta i due eroi crociati a contrastare il potere di Armida e a liberare Almirena. Peccato che quella del mago sia una piccola parte, visto che la bellissima voce di Federico Benetti, sicura e ben emessa, meriterebbe un ruolo maggiore. Anche lui già sentito nell’opera di Britten due anni fa, Benetti è un bravissimo basso con un’ottima presenza scenica, del quale seguiremo con piacere la carriera. Sempre nel terzo atto, ottimo il duetto di Armida e Argante “Al trionfo del nostro furor”, nel quale risultano ben amalgamate le voci dei due cantanti che rendono correttamente  i virtuosismi richiesti dalla parte. Altra piccola parte, quella di Anna Bessi, sensuale Donna che invita Rinaldo a seguirla per incontrare Almirena. Bellissima nel suo costume da festino a tema barocco, la Bessi ha anche una bella voce. Sarebbe interessante ascoltarla in un ruolo diverso, per apprezzarla meglio. Un piacere per lo spettatore la gioiosa aria “Or la tromba in suon festante” di Rinaldo, che ritroviamo ormai trasformato in un eroe ben lontano dall’alienato e insicuro impiegato, che rinasce grazie al viaggio nel mondo onirico di Almirena e dei personaggi magici che la circondano. In questo numero la musica si fa finalmente più viva e trascinante, sempre suonata con maestria dall’Accademia Bizantina, anche se dobbiamo segnalare alcune incertezze degli ottoni. Alla fine del terzo atto c’è una specie di ritorno al mondo reale, dello squallore quotidiano, stavolta con l’ufficio occupato da Argante che veste gli stessi panni di Rinaldo, come se si fossero scambiati i ruoli e i mondi. Rinaldo scaccia Argante dal suo mondo lottando con lui e conducendolo prigioniero a Goffredo. Ma invece di tornare nel suo ufficio, noioso e claustrofobico, Rinaldo sceglie di rimanere libero, distaccandosi da entrambi i mondi, quello reale e quello fantastico, conducendo con sé l’amata Almirena.

Aver scelto di dare una chance alla regia di Jacopo Spirei, alla fine ha pagato. La regia, seppure ben lontana dal libretto e dall’ambientazione originale, funziona e si fa notare per la cura con cui rende ogni scena e per alcune trovate interessanti. I cambi di scena con tre sipari neri che stringono lo spazio scenico, dai lati e dall’alto, fino a ridurlo a un quadratino e a farlo sparire creano un effetto un po’ claustrofobico ma anche piuttosto cinematografico. Così come ricordano molto il cinema le scene e i costumi, curatissimi e adatti a sostenere le scelte registiche; quindi, seppure lo spettatore sia libero di non apprezzare o non condividere l’idea di sostituire la Gerusalemme assediata con un ufficio, o il palazzo incantato con un locale notturno del quale Armida è la sensuale e manipolatrice maitresse, dovrà sicuramente ammettere che questa visione del regista è stata portata fino in fondo e trasformata in realtà in modo magistrale attraverso l’uso di scene, luci e costumi davvero suggestivi, che sembrano catapultare il pubblico sulla scena. Le ambientazioni legate agli antagonisti della vicenda ricordano la periferia di città come Gotham City, nelle quali regna il peccato e una legge fatta di violenza e soprusi, vizi e illegalità: tra le immagini più evocative troviamo l’enorme saracinesca che separa Rinaldo e Goffredo da Almirena, la porta rossa con l’insegna al neon del night club di Armida, la seducente Donna (s)vestita come una cortigiana dell’ottocento che invita il cavaliere ad entrare, e i “mostri” di Armida, cioè le tre bad girls che richiamano alla mente Harley Quinn in Suicide squad; a sottolineare il richiamo al cinema americano, ci sono pure le mazze da baseball che il Mago cristiano, qui in veste di homeless con tanto di carrello della spesa pieno di cianfrusaglie, fornisce ai due eroi per sconfiggere le emissarie di Armida e l’enorme ragno nero che la rappresenta.

Molto applaudita la recita, soprattutto i cantanti e, ancor più l’eccezionale direzione di Ottavio Dantone. Qualche buu, misto agli applausi, per la regia e i collaboratori. Il pubblico, infatti, non sempre ha condiviso e apprezzato le scelte registiche. Una regia sicuramente non facile da capire ma che ha avuto il grosso pregio di non essere mai banale e di aiutare lo spettatore a godersi una musica molto bella ma un po’ ripetitiva senza annoiarsi, facendo passare rapidamente uno spettacolo di quasi tre ore.

Roberto Cighetti


Teatro Ponchielli
Cremona | 23 novembre 2018

RINALDO
Opera seria in tre atti su libretto di Giacomo Rossi
da una sceneggiatura di Aaron Hill, da La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
musica di Georg Friedrich Händel
edizione critica a cura di Bernardo Ticci
revisione drammaturgica di Ottavio Dantone

Delphine Galou | Rinaldo
Francesca Aspromonte | Almirena
Anna Maria Sarra | Armida
Raffaele Pe | Goffredo
Luigi De Donato | Argante
Federico Benetti | Mago cristiano
Anna Bessi | Donna

Ottavio Dantone | clavicembalo e direzione
Jacopo Spirei regia
Mauro Tinti | scene
Silvia Aymonio | costumi
Marco Alba | luci

ACCADEMIA BIZANTINA

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