Il Vizio del Teatro o dell’Arte di Bennett

Per il secondo anno, dopo il grande successo ottenuto nell’ottobre 2014, gli Elfi di Milano ci ripropongono la bellissima messinscena del testo che ha debuttato al National Theatre di Londra il 5 novembre 2009 del drammaturgo inglese Alan Bennett: Il Vizio dell’Arte.

Lo spettacolo porta lo spettatore nel bel mezzo delle prove de Il Giorno di Calibano, nuovo spettacolo che sta per essere messo in scena al National Theatre di Londra; questo nuova pièce racconta di un incontro, mai realmente avvenuto, tra due dei giganti intellettuali dell’Inghilterra del secondo dopoguerra: il poeta Wystan Hugh Auden e il compositore Benjamin Britten; la scena di questo testo fittizio ha luogo ad Oxford, nella Brewhouse del Christ Church College nel 1973, dopo più di 25 anni dall’ultimo incontro tra Auden e Britten. I due amici ed ex amanti, sono ormai vecchi, disillusi, cinici (soprattutto Auden) e prossimi alla morte, (che sopraggiungerà pochi mesi più tardi per il poeta e solo tre anni dopo per il compositore), ma hanno entrambi il vizio dell’arte, ossia ancora continuano incessanti a lavorare, a scrivere e a comporre, tanto che Auden intuisce, erroneamente, che Britten voglia affidargli una nuova stesura del libretto della sua ultima opera: Morte a Venezia.

Bennett con questo testo ci introduce all’interno di un gioco meta-teatrale che ci trasporta al cuore della creazione teatrale, nel dietro le quinte di un mondo, quello del teatro, del quale restituisce un ironico, e a tratti tagliente, ritratto di attori, registi, autori e tecnici, con le loro piccole manie, le loro esigenze, i loro caratteri. Emblematica la figura di Donald/Humpfrey Carpenter (nella vita reale biografo sia di Auden che di Britten che funge da narratore nella pièce teatrale Il Giorno di Calibano) che cerca in tutti i modi di innalzare la statura del suo personaggio “di servizio” a vero e proprio protagonista della pièce. I suoi tentativi lo rendono lo zimbello della compagnia e risultano esilaranti per gli spettatori.

La vicenda si svolge in un continuo dialogo tra il palco e il dietro le quinte e grazie alle continue interruzioni delle prove, che sembrano procedere con estrema difficoltà e lentezza per svariate ragioni: per le interferenze dell’autore (che nella regia di Bruni&Frongia si muove tra la sala e il palco), per l’assenza del regista, per i dubbi e le insicurezze degli attori, e per le intrusioni dei comprimari. Sono soprattutto questi ultimi due elementi che permettono alla nostra storia di evolversi e allo spettatore di apprendere tutta una serie notizie che altrimenti difficilmente sarebbero arrivate allo spettatore: “[…] mi venne in mente che la difficoltà di spiegare i fatti poteva in larga essere risolta se la commedia veniva inquadrata in una sala prove. Le domande e le obiezioni sul testo poteva in larga parte venir affidate agli attore, che (assieme al pubblico) avrebbero ottenuto le risposte. Ad un certo punto il regista propose di tagliare un passaggio piuttosto tortuoso […]. Discutemmo e tagliai come richiesto, ma poi introdussi il personaggio dell’autore che si lamentava per il taglio,” Così lo stesso Bennett spiega, nell’introduzione al testo (pubblicato da Adelphi) la nascita di uno dei migliori e più divertenti espedienti narrativi dell’intero testo.

Lo spettacolo dell’Elfo è fresco e vitale, proprio come il testo Bennett, che sa essere ironico, e grottesco, ma anche riflessivo e commovente. Un Alan Bennett che prende in giro il mondo a cui lui stesso appartiene e lo fa con la sagacia che i drammaturghi inglesi sanno distillare.
Il ritmo della narrazione è elevato e nonostante le due ore e dieci di spettacolo non smette mai di divertire, grazie anche alla regia di Bruni e Frongia e all’ottimo cast di attori della Compagnia dell’Elfo.
Indimenticabile la prova di Ferdinando Bruni (che come già accennato prima ne cura anche la regia con Francesco Frongia) nell’impersonare allo stesso tempo lo sfrontato e impertinente Auden e il critico e dubbioso Fitz; Elio de Capitani si cala con estrema delicatezza nei panni di un Britten, un po’ ossessionato dalle sue ultime opere, ma veste magnificamente soprattutto i panni di Henry il malinconico e anziano comprimario attore gay della compagnia.
Completano il cast la Kay-May di Ida Martinelli, nel ruolo serioso dell’aiuto regista, pronta a mettersi in gioco anche come performer, con una punta di malinconia che denota il suo passato da attrice; l’altezzoso e petulante Donald-Humphrey Carpenter di Umberto Petranca; il timido e ossequioso Tim-Stuart di Alessandro Bruni Ocaña e l’autore di Michele Radice.

Una serata di teatro perfetta per chi come noi ha il vizio del teatro.


 

Il Vizio dell’Arte
di Alan Bennett

uno spettacolo con
Fitz – W. H. Auden: Ferdinando Bruni
Henry – Benjamin Britten – Boyle: Elio de Capitani
Kay – May: Ida Marinelli
Donald – Humphrey Carpenter:Umberto Petranca
Tim – Stuart: Alessandro Bruni Ocaña
George (attrezzista): Vincenzo Zampa
Neil (l’autore): Michele Radice
Tom (pianista): Matteo de Mojana

traduzione di Ferdinando Bruni
regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
costumi di Saverio Assumma
luci di Nando Frigerio
suono di Giuseppe Marzoli
voce registrata di Giorgio Gaddi
Sassofono di Luigi Napolitano

Una produzione Teatro dell’Elfo
con il Patrocinio di Regione Lombardia

Premio Ubu 2015 – Nuovo testo straniero
Premio Hystrio Twister 2015

 

ph. Laila Pozzo

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