Il Trovatore; Teatro Fraschini Pavia; Opera Lombardia

Il Trovatore di Verdi al Fraschini di Pavia

Un Trovatore in cui la vera protagonista è la cenere. La cenere che resta dopo che la pira è spenta, la cenere che copre tutto il palcoscenico dall’inizio dell’opera. La cenere che offusca la vista di Azucena, che davanti a sé continua a vedere solo il rogo di sua madre e perde così il contatto con il mondo reale.

Bellissimo spettacolo, quello a cui abbiamo assistito domenica 28 novembre al Teatro Fraschini di Pavia. Spettacolo molto apprezzato anche dal pubblico, che si è fatto stregare ancora una volta da questa musica senza tempo. E qualcuno, con un “Viva Verdi”, ha voluto anche omaggiare a gran voce l’autore che a distanza di oltre 160 riesce a farci venire la pelle d’oca in più di un’occasione.

Contribuiscono alla buona riuscita della rappresentazione una direzione d’orchestra interessante, un assortimento di voci di gran calibro in quasi tutti i ruoli e una regia essenziale ma molto teatrale.

Il trovatore è Matteo Falcier: voce piuttosto chiara, dal buono squillo e dal timbro verdiano. Ottima l’interpretazione di uno dei brani che preferisco nell’opera, “Mal reggendo all’aspro assalto”. Coinvolgente il suo “Ah sì ben mio”, meravigliosamente eseguito. È degna di nota anche la ripresa della “pira” col da capo pronunciato a denti stretti, tra sé e sé (come richiederebbe la parte), guardando gli spettatori quasi fossero loro gli ‘empi’ a cui chiede di spegnere ‘l’orrendo foco’. L’acuto finale di tradizione, con tanto di spada sguainata, strappa un fragorosissimo applauso al pubblico.

La Leonora di Marigona Qerkezi incanta il pubblico con il delicato vibrato della sua voce morbida e pastosa, con un timbro che nelle note gravi prende riflessi mezzosopranili e con un volume che riempie l’intero teatro. Si confronta senza paura con i trilli, le agilità, e le scale ascendenti e discendenti della partitura, dall’aria di sortita “Tacea la notte placida” fino a “Vivrà! Contende il giubilo” e al drammatico finale. Giustamente ricoperta di applausi durante tutta la rappresentazione, è un’artista che i teatri farebbero bene a tenere d’occhio. 

Leon Kim è un Conte di Luna con una bellissima voce, dal colore scuro e con le note gravi piene e corpose. Il fraseggio e lo stile nel porgere il canto possono essere migliorati, perché accentare troppo alcuni suoni può risultare artificioso e caricaturale. Non è facile dare espressività alla parola senza arrivare ad esagerare, specialmente per chi non parla italiano come lingua madre. È quel sottile confine tra il belcanto verdiano e il verismo, che si può comprendere solo con una guida esperta e con l’ascolto dei grandi interpreti che hanno fatto del ‘recitar cantando’ e del porgere la parola una vera arte. Si nota in questo baritono un gran lavoro sulla pronuncia, davvero buona, e un grande studio dei recitativi per trasmettere il senso di ogni frase, ogni parola, ogni sillaba. Con un po’ più di eleganza nell’emissione di alcuni suoni sarebbe un baritono verdiano perfetto. Eccellente il duetto con Leonora nell’ultimo atto, nel quale le due voci di grande qualità e di volume enorme si intrecciano, meritando ogni applauso ricevuto.

Luci e ombre per la zingara. Alessandra Volpe è un’Azucena piuttosto noir, a tratti cupa, come ben si addice al personaggio. Nel registro grave sfoggia delle belle note di petto, grandi e corpose. Quando però i gravi non sono presi di petto le note escono più vuote e meno voluminose. C’è quindi qualche disomogeneità tra i registri e nel passaggio dall’uno all’altro. Anche nel suo caso si nota un gran lavoro di studio del libretto per garantire una pronuncia sempre comprensibile ed espressiva, con qualche eccesso qua e là nell’accentare per dare più sentimento al canto.

Il Ferrando di Alexey Birkus ha una bella presenza e una bella voce, corposa soprattutto in acuto e quando viene a cantare al proscenio, mentre quando se ne allontana (colpa anche di un teatro piuttosto ‘sordo’) fa un po’ più fatica a bucare coro e orchestra. L’espressività soffre un po’ per la pronuncia, comunque buona, che potrebbe rendere ancora più coinvolgente la sua scena iniziale.

Bella voce, sonora e ben emessa, per il Ruiz di Roberto Covatta. Dolce ed elegante il canto di Sabrina Sanza, che interpreta Ines, e bellissima la voce grave e autoritaria del vecchio zingaro, Riccardo Dernini. Buono anche il messo (Davide Capitanio).

Preparatissimo e molto convincente il coro, guidato dal maestro Diego Maccagnola. La bellissima polifonia del coro femminile “Ah, se l’error t’ingombra” ha saputo creare un effetto celestiale e mistico.

Tanti spunti interessanti nella direzione del maestro Jacopo Brusa, che riesce a condurre l’orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano sempre con gran musicalità e senza eccedere. I tempi che stacca, ora più lenti, ora più veloci, sono funzionali alla narrazione e al canto, come nell’acclamatissima aria di Leonora “D’amor sull’ali rosee” dove il ritmo un po’ più lento crea un effetto a metà tra il sognante e il sofferente. Ottimo il lavoro con i cantati per arrivare ad avere recitativi ben scanditi, pronunciati senza fretta e in modo chiaro, per dare il giusto peso alle parole del libretto. A tratti il volume dell’orchestra è parso un po’ troppo alto rispetto al canto, forse anche a causa dell’acustica del teatro che penalizzava le voci dei solisti non appena questi indietreggiavano qualche metro dal proscenio.

Interessantissima la lettura registica di Roberto Catalano, con scene di Emanuele Sinisi assistito da Piero de Francesco. Una regia, come dicevamo all’inizio dell’articolo, essenziale ma molto teatrale. La presenza costante della cenere ci ricorda la tragedia avvenuta molti anni prima e che, pur distante nel tempo, esercita una profonda influenza sulla vicenda narrata da Verdi. La cenere che copre il palco viene spostata e rimossa (durante il coro dei gitani) ma torna a piovere dal cielo proprio sul tragico epilogo. Una trovata semplice ma molto suggestiva, così come nell’apertura dell’opera è molto impattante la biblioteca fumante con i libri completamente inceneriti dai quali Ferrando prende spunto per raccontare la storia del Conte di Luna. Il posizionamento del coro sul proscenio rende ancora più inquietante il canto di “Sull’orlo dei tetti”, con un coro che dà i brividi. I movimenti sul palco e la composizione delle scene (quella che nel linguaggio cinematografico sarebbe la ‘fotografia’) sono curati in modo eccellente e sempre equilibrati. Interessante anche l’uso del velario, valorizzato da un’ottima illuminazione, ma con alcuni rischi: per via di un’acustica non perfetta sul palcoscenico, le voci dei cantanti risentono un po’ del posizionamento dietro il velario, specie nel terzetto del secondo atto, che perde quindi un po’ di incisività. Molto belli i costumi di Ilaria Ariemme, appropriati allo stile scenografico e alla vicenda.

Mentre un pittore ha a disposizione tela e pennelli per creare, Fiammetta Baldiserri dipinge con le luci e le ombre. Semplicemente sorprendente l’idea di mettere delle lucine nelle caraffe dei gitani: un’idea semplice ma che rende molto più suggestiva la frase “Guarda: del Sole un raggio brilla più vivido nel mio bicchiere”. Unite all’uso del velario, le luci riescono a far emergere figure umane dal buio come fossero spettri diafani, creando un effetto mistico che al tempo stesso affascina e inquieta. Un altro spettacolo arricchito dalle luci firmate Baldiserri, quindi, che in questo caso ha come assistente Oscar Frosio.

Copiosi e calorosi arrivano gli applausi sul finale dell’opera, applausi ai quali mi sento di unirmi per l’ottima riuscita dello spettacolo. E partecipo anche con il caloroso spettatore al grido “Viva Verdi”, al quale va il merito di aver creato questa musica immortale.

Roberto Cighetti


Teatro Fraschini
Pavia | 28 novembre 2021

Il trovatore
dramma in quattro parti.
libretto di Salvadore Cammarano e Leone Emanuele Bardare.
musica di Giuseppe Verdi.

Manrico | Matteo Falcier
Il Conte di Luna | Leon Kim
Leonora | Marigona Qerkezi
Azucena | Alessandra Volpe
Ferrando | Alexey Birkus
Ines | Sabrina Sanza
Ruiz | Roberto Covatta
Vecchio Zingaro | Riccardo Dernini
Messo | Davide Capitanio

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro di OperaLombardia

maestro concertatore e direttore d’orchestra | Jacopo Brusa
regia | Roberto Catalano
scene | Emanuele Sinisi
costumi | Ilaria Ariemme
luci | Fiammetta Baldiserri
assistente alle scene | Piero De Francesco
assistente alle luci | Oscar Frosio
maestro del coro | Diego Maccagnola

 

ph. Zovadelli

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