Gioconda Scala; Teatro alla Scala; Ponchielli; Davide Livermore; Opera

La Gioconda di Ponchielli al Teatro alla Scala

La Gioconda di Ponchielli mancava dalle scene del Teatro alla Scala da ben 25 anni. L’ultima rappresentazione di quest’opera a mio avviso bellissima, infatti, risale al gennaio 1997. E se pensiamo che quella precedente era la versione del 1952 con la Callas, la cosa è davvero impressionante. Come mai un’opera così bella e piuttosto apprezzata dal pubblico è stata lontano dalle tavole del Piermarini tanto a lungo? La risposta non la so. Quel che so, è che la musica di Ponchielli è estremamente coinvolgente e adattissima al libretto complesso ma affascinante, scritto niente meno che dal collega compositore Arrigo Boito (sotto lo pseudonimo di Tobia Gorrio). Le arie, i cori, le famose danze, le introduzioni musicali, tutto è un affascinante connubio di momenti drammatici, malinconici, romantici e cupi.

Nella rappresentazione del 18 giugno il ruolo della protagonista è affidato al soprano russo Irina Churilova. Voce dall’ottimo volume, specialmente negli acuti con i quali riesce a sovrastare orchestra e coro nei momenti di assieme, ha un timbro brunito che faceva quasi pensare a un mezzosoprano, in un primo momento. Gli atti migliori per questa interprete sono stati sicuramente il primo e il quarto, dove regge bene il ruolo molto esigente sia dal punto di vista musicale che scenico. Un po’ meno memorabile il secondo atto, pure eseguito con grande vigore. Il canto esprime bene il coinvolgimento emotivo e resiste quasi del tutto alle esagerazioni veriste, mantenendosi sempre piuttosto elegante. Notevoli gli acuti, raggiunti con facilità e gran volume, solo in un paio di occasioni un po’ crescenti di tonalità.

Grande serata per Daniela Barcellona nel ruolo di Laura, con ottima pronuncia e belle note di petto. Nella sua aria “Stella del marinar” sfoggia acuti squillanti e gran coinvolgimento scenico. Da segnalare anche la sua eleganza, sia nel canto che nella presenza teatrale. Notevole interpretazione di Anna Maria Chiuri nel ruolo della Cieca. Bellissimo timbro scuro, voce piena nelle note gravi, si muove tranquillamente tra pianissimi e i forti. Insieme alla convincente presenza scenica, ne fanno una delle interpreti migliori della produzione. Enzo Grimaldo è Sefano La Colla, buona voce da tenore lirico con timbro piacevole, salda negli acuti, anche se proprio nel registro acuto talvolta appare un po’ sforzato, perdendo quindi efficacia nella pronuncia. Molto ben eseguita la sua aria “Cielo e mar”.
Erwin Schrott è un affascinante e cupo Alvise Badoèro. La voce del basso-baritono nel primo atto è poco corposa nei gravi, ma si fa più piena e sonora nel terzo atto, nel quale riesce a rendere con in modo molto convincente la malvagità del personaggio e le sue terribili intenzioni. Barnaba è Roberto Frontali, interprete più che buono, delinea bene un personaggio centrale nella drammaturgia dell’opera, accecato dalla brama per il potere e per una donna che non può avere. Quando canta a fondo scena, specialmente nel primo atto, servirebbe un po’ più volume, ma quando viene al proscenio la voce è ben udibile e piacevole. Qualche eccesso in alcuni punti, con acuti gridati che rendono un po’ sgraziata l’interpretazione. Da segnalare tra i comprimari, Fabrizio Beggi (Zuàne), per il bel timbro e il notevole volume. Corretti anche gli altri comprimari nei loro ruoli.

Buonissima prova per il Coro del Teatro alla Scala, ottimamente preparato dal Maestro Alberto Malazzi e per il Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala diretto dal Maestro Bruno Casoni. Molto piacevoli e molto applaudite le danze del terzo atto, varie e appropriate allo stile musicale, ben eseguite dagli Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, su coreografia di Frédéric OlivieriUn po’ lenta, ma tutto sommato buona la direzione del Maestro Frédéric Chaslin, che guida l’Orchestra del Teatro alla Scala attraverso una partitura lunga ma molto affascinante.

Per questa regia, Davide Livermore sceglie di non esagerare. Si attiene alla collocazione spazio-temporale prevista da Boito per la vicenda, rappresentando in modo visivamente piacevole ed elegante una Venezia a cavallo tra il seicento e il novecento, ispirata a suo dire alle ambientazioni del Casanova di Fellini. I rapporti e le interazioni tra i personaggi sono tutti molto naturali e rispettosi del libretto. Carina l’idea di far tornare in scena la Cieca nel finale dell’opera, chiudendo attraverso la sua presenza il cerchio mistico che si era aperto nel primo atto. Un grande uso delle trasparenze, sia attraverso il cospicuo uso dei velari, sia nella scelta dei tessuti leggerissimi con cui sono costruite le scene di Giò Forma. Di grande impatto l’immenso vascello che entra sul palco nel secondo atto, completo da prua a poppa. Le belle proiezioni di D-WOK contribuiscono a creare le ambientazioni e a posizionare la vicenda, così come i costumi appropriati ed eleganti di Mariana Fracasso.

Nel complesso, quindi, una rappresentazione più che soddisfacente di un’opera che meriterebbe di tornare più frequentemente nei teatri italiani, e che abbiamo rivisto con grande piacere.

Roberto Cighetti


Teatro alla Scala
Milano | 18 giugno 2022

La Gioconda
Melodramma in quattro atti
Libretto di Tobia Gorrio (Arrigo Boito)
Musiche di Amilcare Ponchielli

La Gioconda | Irina Churilova
Laura Adorno | Daniela Barcellona
Alvise Badoèro | Erwin Schrott
La Cieca | Anna Maria Chiuri
Enzo Grimaldo | Stefano La Colla
Barnaba | Roberto Frontali
Zuàne | Fabrizio Beggi
Un cantore/un pilota | Ernesto José Morillo Hoyt
Isèpo | Francesco Pittari
Un barnabotto | Alessandro Senes

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche e Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala

direttore | Frédéric Chaslin
maestro del coro | Alberto Malazzi
regia | Davide Livermore
scene | Giò Forma
costumi | Mariana Fracasso
luci | Antonio Castro
video Designer | D-WOK
coreografia | Frédéric Olivieri

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