La Turandot di Puccini chiude la prima parte della stagione scaligera

In occasione delle celebrazioni per i 100 anni dalla morte di Giacomo Puccini, il Teatro alla Scala di Milano propone in scena in queste settimane, dopo La Rondine dei mesi scorsi, una nuova produzione della Turandot (a nove anni dall’ultima messa in scena, quella del 2015 diretta dal maestro Chailly con il finale scritto da Luigi Nono), firmata da Davide Livermore (che torna a Puccini dopo la Tosca inaugurale del 2019) e diretta per la parte musicale da Michele Gamba (che ha sostituito in corsa il previsto Daniel Harding).

Come ci ha ormai abituati nelle sue ultime produzioni operistiche Davide Livermore ha pensato anche in questo caso ad uno spettacolo sontuoso e rutilante, ricco (forse fin troppo) di immagini e richiami più o meno pop, che permettono una lettura su più livelli dello spettacolo. L’ambientazione fuori dal tempo sembra a tratti richiamare più la costa orientale dell’America distopica tratteggiata da Philip Dick ne “L’uomo nell’alto castello” che una Cina novecentesca. Se normalmente la parte video (firma da D-Wok) degli spettacoli di Livermore ha sempre avuto un peso (e una qualità) determinante sulla riuscita dell’intero spettacolo, dobbiamo riportare che qui la parte video delle scene risulta un po’ appannata (in particolare le proiezioni della luna sono sembrate qualche gradino sotto quello a cui ci avevano abituati) superata da una scenografia tridimensionale (firmata dallo stesso Livermore con Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco) estremamente riuscita, che in pochi movimenti riesce a ricostruire un malfamato vicolo di Pechino, così come la paradisiaca reggia di Altoum, dove tra alberi e un tappeto di fiori riposa Turandot. All’interno di questo imponente impianto scenografico Livermore muove con maestria le masse sceniche e inserisce la sua interpretazione dell’opera che si sviluppa tutta attorno all’idea di un dramma psicologico, Turandot è in qualche modo prigioniera di un’idea (idea mostrata nelle sembianze del fantasma di Lou-Ling), Ping, Pang, Pong invece sono inizialmente una sorta di proiezione della ragione e del cuore di Calaf che tentano di impedirgli di commettere un errore. Nonostante i numerosi spunti e le idee interessanti, l’insieme risulta funzionare solo parzialmente, soffocato da troppi stimoli (anche visivi).

Sul podio, a sostituire Daniel Harding, inizialmente previsto per questa occasione, abbiamo trovato Michele Gamba, per questo Turandot celebrativa del centenario pucciniano ha diretto il finale secondo di Alfano, nonostante nella sua carriera abbia solitamente scelto il finale scritto da Luciano Berio. Il direttore milanese dichiara di aver voluto dare una lettura novecentesca della partitura pucciniana, quindi cercando di esaltare le influenze provenienti da Strauss e Stravinskij. Ne risulta una Turandot veemente caratterizzata da suoni fortissimi, e tempi molto sostenuti, mancante forse di quel lato fiabesco e di sogno che in parte sicuramente caratterizza quest’opera. La scelta di adottare volumi di suono molto alti porta in alcuni casi il coro e i cantanti a cantare forte per oltrepassare la barriera della massa orchestrale. Di grande potenza il coro del Teatro alla Scala, ottimamente preparato come di consueto  dal M° Alberto Malazzi. 

La protagonista era per l’occasione Anna Netrebko che ritroviamo alla Scala dopo il Don Carlo inaugurale. La voce del soprano russo fatica in alcune occasioni un po’ nel registro più grave, ma al netto di qualche sporcatura, la voce è ben proiettata, il fraseggio è prezioso e imperioso, i pianissimi di grande fascino e un carisma magnetico. Alla recita a cui abbiamo assistito il ruolo di Calaf era sostenuto da Brian Jadge, chiamato a sostituire l’indisposto Roberto Alagna inizialmente previsto. Il tenore americano ha una voce solida e dotata di buon volume e ottimo squillo con acuti saldi. Rosa Feola è stata invece una commovente Liù, dotata di grande musicalità, voce lirica dal bel colore e con pianissimi e legati di grande bellezza. La sua prova è stata apprezzatissima dal pubblico che le ha tributato ovazioni al termine della recita. Vitalij Kowaljow è stato un Timur solido, dalla voce pastosa e piena, seppur dalla dizione non immacolata. Corretta la prova delle tre maschere (Sung-Hwan Damien Park come Ping, Chuan Wang come Pang e Jinxu Xiahou come Pong), con una dizione a volte poco precisa, vocalmente non sempre ineccepibili, ma bisogna segnalare che i tre sono molto impegnati a livello interpretativo e attoriale. Ottimo l’Altoum di Raul Gimenez dal fraseggio sempre elegante, così come buona la prova del Mandarino di Adriano Gramigni.                                                                                                                                                                                                                                                                                


Teatro alla Scala
Milano | 9 luglio 2024

Turandot
dramma lirico in tre atti e cinque quadri
libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
musica di Giacomo Puccini
completamento del terzo atto di Franco Alfano

Turandot | Anna Netrebko
Altoum | Raul Gimenez
Timur | Vitalij Kowaljow
Calaf | Brian Jagde
Liù | Rosa Feola
Ping | Sung-Hwan Damien Park
Pang | Chuan Wang
Pong | Jinxu Xiahou
Un mandarino | Adriano Gramigni
Prima Ancella | Silvia Spruzzola
Seconda Ancella | Vittoria Vimercati
Il principino di Persia | Haiyang Guo

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

direttore | Michele Gamba
maestro del coro | Alberto Malazzi
regia | Davide Livermore
scene | Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e Davide Livermore
costumi | Mariana Fracasso
luci | Antonio Castro
video | D-Wok



ph. Brescia & Amisano

Leave a reply

Sidebar
Scroll to Top
Loading

Signing-in 3 seconds...

Signing-up 3 seconds...