
Al Teatro alla Scala prosegue anche questa stagione il progetto di valorizzazione del repertorio barocco. Dopo La Calisto di Cavalli e Li zite ‘ngalera di Vinci, quest’anno è stato il turno de L’Orontea di Antonio Cesti, compositore toscano nato tenore, che nel XVII secolo ha goduto di grande fama grazie anche alla protezione e al sostegno prima dei Medici e poi degli Asburgo. Proprio per gli Asburgo Cesti scrisse nel 1656 L’Orontea, andata in scena per la prima volta a Innsbruck e poi, più volte rimaneggiata, in Italia, per esempio a Roma e Firenze. L’Orontea è stata una delle opere più rappresentate nel Seicento e una delle prime opere secentesche ad essere riprese in epoca moderna (da ricordare la prima rappresentazione in epoca moderna che avvenne proprio a Milano alla Piccola Scala nel 1961 diretta da Bruno Bartoletti con protagonista Teresa Berganza).
L’Orontea di Cesti si fonda su una commistione di stili e drammaturgicamente contiene tutti i topoi tipici della drammaturgia veneziana (Cesti passò lungo tempo a Venezia) e in generale della drammaturgia secentesca: dall’identità perduta e poi ritrovata alla donna di potere che rifiuta l’amore, dalla commedia degli equivoci alle scene comiche riservate ai membri della servitù. Ne scaturisce un’opera che drammaturgicamente si fa commistione di serio e faceto, mettendo al centro l’amore e la frenesia del sentimento amoroso, mentre dal punto di vista musicale il basso continuo è il protagonista che supporta la linea di canto che non concede mai eccessivo spazio al virtuosismo, ma che sottolinea l’importanza della parola e dell’interpretazione.
Robert Carsen ha firmato la regia di questa nuova produzione scaligera, scegliendo di mettere l’arte al centro dell’allestimento e ambientando la vicenda in una Milano contemporanea. Orontea quindi non è regina, ma la manager di un’importante galleria d’arte che allestisce mostre di arte contemporanea. Viene soggiogata da Alidoro, un artista bello, egoista e vanitoso, a cui piace piacere e che piace a tutti, suscitando anche una vera e propria isteria collettiva nei suoi confronti. In questa produzione tutti i personaggi assumono ruoli in parte diversi: Silandra e Corindo sono assistenti di galleria, Gelone è un cameriere del servizio catering, Creonte un impettito consulente, mentre Tibrino il capo della sicurezza. L’escamotage narrativo funziona alla perfezione, dando freschezza alla narrazione e facendoci ancora una volta capire quanto l’opera barocca parli universalmente allo spettatore di qualsiasi epoca. Di grande impatto il lavoro dello scenografo Gideon Davy che sfrutta una pedana rotante per ricreare i diversi ambienti in cui si svolge la vicenda, principalmente la galleria d’arte e l’ufficio di Orontea con vista sullo skyline milanese, la cui ispirazione sembra andare alla torre dorata della Fondazione Prada.
Al Teatro alla Scala sul podio abbiamo trovato uno specialista del repertorio barocco, Giovanni Antonini, alla testa di una una ridottissima compagine orchestrale che imbracciava per l’occasione strumenti d’epoca. Nonostante la sala del Piermarini sia molto grande, grazie alla scelta di utilizzare un organico più numeroso di quello originariamente previsto, il suono non si è disperso eccessivamente. Di grande fantasia l’orchestrazione del basso continuo da parte del M°Antonini che ben si è adattata ai diversi caratteri drammaturgici dell’opera, creando un grandissimo gioco di sinergia tra buca e palcoscenico.
Di alto livello il cast coinvolto, sia per quanto riguarda l’aspetto vocale, sia per quello interpretativo, fondamentale in un’opera come questa dove la parola è al centro. Stéphanie d’Oustrac è stata un’Orontea dalla voce suadente, inizialmente spavalda, ma poi contrastata dal sentimento d’amore e dalla gelosia. Carlo Vistoli è stato un Alidoro dalla voce calda e ben proiettata e dal fraseggio cristallino. Scenicamente si cala perfettamente nei panni dell’artista che affascina tutti e si trasforma di volta in volta per meglio piacere alle donne che di volta in volta cadono ai suoi piedi. Francesca Pia Vitale, disinvolta sia attorialmente che vocalmente, vestiva invece i panni di Silandra, la prima a cadere vittima del fascino di Alidoro. Al suo fianco l’ottimo controtenore Hugh Canning nei panni dell’innamorato Corindo. Chiude idealmente il gruppo dei protagonisti Luca Tittoto, basso, nei panni comici di Gelone, divertente e vocalmente ineccepibile. Oltre a questi di ottimo livello anche gli altri interpreti coinvolti: Mirco Palazzi nei panni austeri del filosofo, l’ottima Sara Blanch nel ruolo di Tibrino, qui al debutto scaligero (ci auguriamo di risentirla presto nuovamente in Scala), Marcela Rahal come la caricaturale Aristea, presunta madre di Alidoro e Maria Nazarova come Giacinta.
Un buon successo di pubblico ha accolto tutti gli artisti coinvolti, anche se va riportato il graduale svuotamento della sala, alla ripresa dopo ognuno dei due intervalli. Il prossimo appuntamento con il progetto barocco, prevede per la stagione 24/25 L’opera seria di Florian Leopold Gassmann (in scena tra il 29 marzo e il 9 aprile 2025). Le recite proseguono fino al 5 ottobre 2024, mentre il prossimo appuntamento con la stagione scaligera sarà la ripresa di Der Rosenkavalier di Strauss diretto da Kirill Petrenko.
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Teatro alla Scala
Milano | 28 settembre 2024
L’Orontea
dramma per musica
libretto di Giacinto Andrea Cicognini e Giovanni Filippo Apolloni
musica di Antonio Cesti
Orontea | Stéphanie d’Oustrac
Creonte | Mirco Palazzi
Silandra | Francesca Pia Vitale
Corindo | Hugh Cutting
Gelone | Luca Tittoto
Tibrino | Sarah Blanch
Aristea | Marcela Rahal
Alidoro | Carlo Vistoli
Giacinta | Maria Nazarova
Orchestra del Teatro alla Scala
direttore | Giovanni Antonini
regia | Robert Carsen
scene e costumi | Gideon Davey
luci | Robert Carsen e Peter van Praet
ph. Vito Lorusso