Das Rheingold di Wagner al Teatro alla Scala

In queste settimane sul palco del Teatro alla Scala di Milano sta andando in scena la “nuova” produzione di Das Rheingold di Richard Wagner, prologo del nuovo Ring des Nibelungen che andrà completandosi nel corso delle prossime due stagioni, arrivando a proporre due cicli completi del Ring nella stagione 2025/2026. Il Rheingold che chiude la stagione scaligera si presentava sulla carta come uno degli eventi principali del cartellone milanese, grazie alla direzione musicale di Christian Thielemann e alla nuova produzione firmata da sir David McVicar. Purtroppo poco prima dell’inizio delle prove il maestro Thielemann ha abbandonato la produzione per apparenti motivi di salute, quindi sono stati arruolati in corsa Simone Young e Alexander Soddy, che dovrebbero spartirsi le recite dell’intera tetralogia durante le prossime stagioni, mentre la regia di McVicar si è rivelata tutt’altro che nuova e abbastanza deludente.

Lo spettacolo firmato da David McVicar purtroppo non si è rivelato all’altezza delle aspettative, segnando un mezzo passo falso nel cammino appena intrapreso di questa nuova produzione del Ring. David McVicar si era già confrontato con la tetralogia wagneriana tra il 2007 e il 2011, quando firmò la regia per l’Opéra du Rhin di Strasburgo. Il confronto tra i due spettacoli rivela una sostanziale riproposizione della messinscena del 2007 con pochissime varianti e con la medesima lettura, lontana da una qualsiasi interpretazione che non sia la semplice riproposizione della trama; McVicar ci pare qui arenarsi stancamente nel tentativo di creare uno spettacolo innocuo, che riprende alcune simbologie elementari (l’anello, la mano, la sfera, la scala) e che vorrebbe strizzare l’occhio al mondo fantasy, risultando però più simile ad un b-movie che ad un colossal. Le scene (firmate dallo stesso McVicar con Hannah Postlethwaite) risultano abbastanza spoglie e fin troppo semplici, con una scalinata posta al centro di una pedana rotante per rappresentare il Walhalla (forse direttamente ispirata al Walhalla dell’allestimento scaligero del Rheingold del 1963/1964 firmato da Heinz Tietjen con le scene di Nicola Benoit), mentre un teschio gigante (che sembra uscito da un film di Indiana Jones) serve a caratterizzare il Nibelheim. Molto elaborati, ma spesso fuori contesto i costumi di Emma Kingsbury, tutti gli dèi (tranne Wotan) sono vestiti con costumi di foggia sei/settecentesca che spesso tendono a confondere la situazione, mentre le figlie del Reno, Wotan e i Nibelunghi sono vestiti in maniera più tradizionale rispetto all’iconografia wagneriana. Importante il ruolo dei mimi che in realtà sono coloro che portano avanti la trama dello spettacolo, ad esempio l’oro stesso è infatti un danzatore che porta una maschera dorata che verrà strappata da Alberich durante il furto dell’oro. 

Come abbiamo già detto, anche sulla parte musicale c’è stata aria di burrasca, dovuta principalmente alla defezione di Christian Thielemann, molto atteso dal pubblico scaligero. La recita a cui abbiamo assistito è stata diretta da Simone Young, già ascoltata e apprezzata in Scala per la produzione di Peter Grimes e prima donna a dirigere tutta la Tetralogia a Bayreuth. La direttrice australiana si è quindi trovata in corsa a dover mettere le basi per un progetto complesso come quello del Ring ed è riuscita ad ottenere un buon risultato, ben definito e corretto nelle dinamiche, seppur le sia però probabilmente mancato il tempo per approfondire l’interpretazione. Il bilanciamento delle parti orchestrali non è stato sempre ottimale (soprattutto all’inizio dell’opera), ma i cantanti hanno avuto il giusto spazio e il giusto supporto. 

Sul versante vocale la compagnia di canto non ha deluso le aspettative. Il Wotan di Michael Volle è di grande esperienza e caratura, con fraseggio sempre nobile, anche se in certi momenti la voce appare un pochino affaticata. Molto bene l’Alberich di Olafur Sigurdarson la cui voce ben riesce a rendere la parte più grottesca di questo personaggio. Wolfgang Ablinger-Sperrhacke ha interpretato ancora una volta il ruolo di Mime, confermando positivamente le sue doti vocali e quelle attoriali. Meno centrato vocalmente il Loge di Norbert Ernst, scenicamente scaltro, ma con un’emissione a tratti difficoltosa. Ottimi sia il l’autorevole Donner di Andrè Schuen che il Froh di Siyabonga Maqungo. I due giganti erano invece il tonante Jongming Park (Fasolt) e lo stentoreo Ain Anger (Fafner). Sul versante femminile si sono avuti ottimi riscontri, a partire dalla Fricka di Okka von der Damerau che si conferma un’ottima wagneriana come già riscontrato in passate occasioni (da Tristan a Tannhäuser), dal fraseggio nobile e voce calda e ben timbrata. Buone anche le prove di Olga Bezsmertna (Freia) e Christa Mayer (Erda), così come delle ondine di Andrea Carroll, Svetlina Stoyanova e Virgine Verrez, le cui voci ben si sono amalgamate insieme. 

Al termine della pomeridiana di domenica 3 novembre (ultima delle recite dirette dirette da Simone Young) una sala quasi esaurita ha tributato applausi a tutti i protagonisti senza particolari contestazioni. La stagione scaligera 23/24 si chiude con la prima tappa del Ring che proseguirà nella prossima stagione con Die Walküre in febbraio e con Siegfried in giugno.




Teatro alla Scala
Milano | 3 novembre 2024

Der Ring des Nibelungen
Das Rheingold
prologo in un atto
versi e musica di Richard Wagner

Wotan | Michael Volle
Donner | Andrè Schuen
Froh | Siyabonga Maqungo
Loge | Norbert Ernst
Alberich | Olafur Sigurdarson
Mime | Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Fasolt | Jongmin Park
Fafner | Ain Anger
Fricka | Okka Von Der Damerau
Freia | Olga Bezsmertna
Erda | Christa Mayer
Woglinde | Andrea Carroll
Wellgunde | Svetlina Stoyanova
Flosshilde | Virgine Verrez

Orchestra del Teatro alla Scala

direttore | Simone Young
regia | David McVicar
scene | David McVicar e Hannah Postlethwaite
costumi | Emma Kingsbury
luci | David Finn
video e proiezioni | Katy Tucker
coreografia | Gareth Mole
maestro arti marziali/prestazioni circensi | David Greeves



ph. Brescia & Amisano

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