La Vestale di Spontini chiude la stagione di Piacenza

La stagione lirica del Teatro Municipale di Piacenza si è chiusa negli scorsi giorni con una coraggiosa nuova produzione de La Vestale di Gaspare Spontini (di cui ricorreva proprio il 14 novembre il 250 anniversario dalla nascita), firmata da Gianluca Falaschi e diretta dal maestro Alessandro Benigni, frutto della collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro Alighieri di Ravenna.

Lo spettacolo di Gianluca Falaschi (che oltre alla regia ha firmato scene e costumi) è pensato per un pubblico di iniziati al culto di Maria Callas che qui diventa l’immagine stessa della Vestale. Prima dell’attacco della musica sono risuonate alcune parole di Maria Callas: “On the whole there are two people in me. I would like to be Maria, but there is the Callas that I have to live up to, so I’m coping with both as much as I can. I like to think that they both go together because Callas has been Maria and in my singing and in my work my own self has been there every second. I’ve done nothing falsely. I’ve worked with all honesty, so if somebody really tries to listen to me seriously, one will find all of myself in there”. Queste parole si riferiscono ad un’intervista del 1970 rilasciata al giornalista americano David Frost e fungono da motore per questo spettacolo in cui vediamo Julia, la vestale, tormentata e divisa tra due le due anime di se stessa. Così come il celebre soprano si divideva tra Maria e Callas, diverse, ma allo stesso tempo indivisibili, Julia si divide tra la sacerdotessa devota a Vesta e la donna innamorata di Licinio, pronta a tutto per amore. Le sue due anime si rincorrono per tutta l’opera, mentre l’una cerca di prevalere sull’altra: la devozione verso il sacro (e verso l’arte nel caso di un artista) contro la fedeltà verso se stessi. Così, mentre Julia decide di abbandonarsi all’amore per il generale romano, tradendo il voto a Vesta, il pensiero non può non andare a Maria Callas e alle scelte che nella sua vita ha dovuto compiere, divisa tra l’arte che l’ha resa immortale e quegli amori che l’hanno fatta soffrire.  

La scena propone quella che sembra la sala di un museo immaginario con un grande lucernario sul soffitto e candide pareti formate da tendaggi che rendono l’ambiente permeabile ma isolato al tempo stesso, accrescendo il senso di angoscia della protagonista che in più di un’occasione si scoprirà spiata proprio attraverso le tende. Sontuosi ed eleganti i costumi anni Cinquanta e Sessanta che strizzano l’occhio in alcuni particolari alla classicità.

Anello debole di questo spettacolo i balletti (coreografati da Luca Silvestrini). Se l’intervento dei ballerini in alcuni momenti è risultato efficace (ci si riferisce per esempio a quando i danzatori si stringono intorno a Julia come se fossero i suoi tormenti e le sue paure che la stringono in una morsa), nei lunghi balletti che hanno segnato la fine del primo e del terzo atto purtroppo non abbiamo ritrovato la stessa adeguatezza. Per due momenti di musica così sublimi avremmo preferito un trattamento migliore. 

Come già detto precedentemente, la direzione era affidata a Alessandro Benigni alla testa della compagine orchestrale La Corelli. Ci siamo trovati di fronte ad una direzione corretta, capace di rendere la drammaticità dei momenti più intensi, anche se a volte si è potuto sentire qualche scollamento tra buca e palcoscenico. Inoltre la prestazione dell’orchestra non è stata ottimale e si sono sentite numerose imperfezioni. Di contro ottimo è stato l’apporto del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati. 

Nella complessa e onerosa parte di Julia c’era il soprano Carmela Remigio, vera trionfatrice di questa recita, capace di mostrare attraverso elegante fraseggio e emissione calibrata, l’evoluzione sofferta di questo personaggio e di piegare perfettamente la musica all’intento interpretativo, coinvolgendo appieno l’ascoltatore. Ottima la prova anche di Bruno Taddia come Licinius, una parte che Spontini scrisse inizialmente per l’equivalente odierno di un baritenore per poi cambiarla, in seguito a delle rimostranze, in una parte da tenore di grazia. In questa versione Licinius è stato affidato ad un baritono acuto, ristabilendo quanto inizialmente voluto dal compositore. Bruno Taddia si è perfettamente calato vocalmente e scenicamente nei panni del condottiero che ritorna vincitore, riuscendo a risolvere anche i passaggi più complessi con l’esperienza e la sua caratura di interprete. Daniela Pini, caratterizzata da un’intensa voce mezzosopranile, è stata invece una buona Grande Vestale, quasi un doppio di Julia in alcune scene. Squillante e musicale il Cinna del tenore Joseph Dahdah. Ben completavano il cast Adriano Gramigni (il Souverain Pontife) e Massimo Pagano (capo degli aruspici e un console). 

Al termine della recita il pubblico in sala ha accolto con calorosi applausi tutti gli artisti coinvolti, chiudendo con un buon successo la stagione 23/24 del Teatro di Piacenza, in attesa della nuova stagione che si aprirà il prossimo 20 dicembre con la prima della Madama Butterfly di Puccini.


Teatro Municipale
Piacenza | 24 novembre 2024

La Vestale

Tragédie-lyrique in tre atti
libretto in lingua francese di Victor-Joseph-Etienne De Jouy
musica di Gaspare Spontini

Julia | Carmela Remigio
Licinius | Bruno Taddia
Cinna | Joseph Dahdah
La Grande Vestale | Daniela Pini
Le Souverain Pontife | Adriano Gramigni
Le chef des Aruspices / Un consul | Massimo Pagano

Orchestra La Corelli
Coro del Teatro Municipale di Piacenza

direttore | Alessandro Benigni
maestro del coro | Corrado Casati
regia, scene e costumi | Gianluca Falaschi
coreografie | Luca Silvestrini
luci | Emanuele Agliati
assistente alla regia | Mattia Palma
aiuto scene e costumi | Giuditta Verderio



 

 

ph. Marco Pozzi

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