
La stagione 24/25 del Teatro alla Scala di Milano si è aperta come di consueto lo scorso 7 dicembre con una nuova produzione de: La forza del destino di Giuseppe Verdi, firmata da Leo Muscato e diretta dal maestro Riccardo Chailly (arrivato quest’anno al suo decimo titolo inaugurale e all’undicesimo 7 dicembre considerando lo spettacolo realizzato in occasione dell’apertura di stagione 2020/21), mentre sul palco nel primo cast spiccavano tra i protagonisti i nomi di Anna Netrebko, Brian Jagde (in sostituzione del previsto Jonas Kaufmann), Ludovic Tézier e Vasilisa Berzhansaya (al suo debutto scaligero).
Questa opera verdiana è stata rappresentata numerosissime volte nel corso della storia scaligera, ma mancava da 25 anni nella versione che il direttore Riccardo Chailly ha scelto qui di rappresentare. Ci riferiamo alla versione milanese andata in scena per la prima volta nel 1869, a rifacimento della primissima versione composta da Verdi per il Teatro Imperiale di San Pietroburgo. Le due versioni differiscono sostanzialmente in tre momenti: la sinfonia (probabilmente il brano più famoso dell’opera) che non era presente a San Pietroburgo; la ronda del terzo atto e il terzetto finale, a cui si aggiungono alcuni spostamenti di scene. Si tratta di un’opera complessa, di durata importante, con tanti personaggi che popolano un mondo molto vario e che operano su registri molto diversi: dall’estremamente drammatico al mistico fino al comico: una vera commistione di temi e registri che rendono la Forza un’opera che supera gli stilemi dell’opera romantica ottocentesca per creare invece un’opera che rappresenta un vero e proprio affresco che il Maestro Chailly definisce manzoniano.
Lo spettacolo firmato da Leo Muscato (che torna a collaborare con il maestro Chailly dopo Il Barbiere di Siviglia di Rossini dell’autunno 2021) è, tra i titoli verdiani recentemente messi in scena alla Scala, uno tra i meglio riusciti e più interessanti e senz’altro anche tra i più complessi. Sul palco l’intera scenografia (ideata da Federica Parolini) è collocata su di una grande pedana rotante, una sorta di ruota del tempo (o del destino) che, girando durante tutto lo spettacolo, permette un continuo mutamento di scena ed un coinvolgimento del pubblico paragonabile a quello di un cinerama. L’ambientazione temporale scelta da Muscato cambia di continuo, ogni atto è ambientato in un momento storico diverso: dalla fine Settecento/inizio Ottocento del primo e secondo atto passiamo all’inizio del Novecento nel terzo atto, per arrivare fino ai nostri giorni nel quarto e ultimo atto. Tutte le ambientazioni sono a tema guerresco e lo spettacolo, seguendo senza stravolgimenti la trama, sembra rincorrere dei tipi umani che lungo i secoli continuano a riproporsi, condannati in qualche modo a rivivere inesorabilmente ciò che il destino ha deciso per loro. La caratterizzazione di ogni periodo storico, oltre che dagli elementi in scena è resa possibile soprattutto grazie al grande lavoro fatto con i costumi, firmati da Silvia Aymonino. Uno spettacolo che nel complesso funziona, facendosi apprezzare dal pubblico più tradizionalista, ma provando allo stesso tempo a dare una lettura più moderna ad una storia con una trama molto complessa e difficile da mettere in scena.
Sul podio del Piermarini Riccardo Chailly ha dato vita ad una delle sue migliori performance recenti: una direzione lucida, intrisa di colori, capace di dare risalto ai diversi registri di cui abbiamo precedentemente parlato, senza eccessi e riuscendo sempre a trovare un grande equilibrio con quanto avviene in palcoscenico. L’orchestra scaligera lo segue perfettamente, offrendo una prova di alto livello, sicuramente migliore rispetto a quanto ascoltato nel Rheingold andato in scena precedentemente. Perfetto il coro del Teatro alla Scala, a lungo presente in quest’opera, preparato come di consueto con perizia da Alberto Malazzi.
Come già scritto precedentemente, La forza del destino è un’opera che consta di molti personaggi. Di conseguenza la sfida per i teatri che decidono di metterla in scena è quella di trovare un numeroso cast all’altezza delle parti vocali molto impegnative. La Scala ha sicuramente vinto questa sfida, proponendo un cast all’altezza di quest’opera.
Gli occhi erano puntati in particolar modo su Anna Netrebko, impegnata nel ruolo di Leonora. La prova del soprano russo è stata salutata dal pubblico con calorosissimi applausi (soprattutto dopo i tre momenti più celebri a lei affidati: l’aria del primo atto Me pellegrina ed orfana, la Vergine degli angeli e Pace, pace, mio Dio). Nonostante la voce nel registro più grave tenda in certe occasioni a gonfiarsi in modo non naturale, Netrebko riesce a risolvere con grande maestria le numerose difficoltà di questo ruolo, offrendo al pubblico una voce ben proiettata, capace di pianissimi di grande bellezza e intensità. Annunciato indisposto, il tenore americano Brian Jadge, ascoltato di recente alla Scala come Turiddu e Calaf, ha sostenuto invece il ruolo di Don Alvaro. L’indisposizione non ha inficiato una prova vocale di buon livello: la voce è ampia ed eroica, il registro acuto ben saldo, il fraseggio però risulta poco incisivo a causa soprattutto di una dizione poco chiara. Molto applaudito dal pubblico il Don Carlo di Vargas interpretato da Ludovic Tézier, dalla bella voce di baritono, pastosa e vellutata, fraseggio nobile è scolpito, insieme a ottimi intenti interpretativi, in un personaggio complesso come quello di un fratello eternamente alla ricerca di vendetta. Di buon livello anche la prova di Alexander Vinogradov nei panni di Padre Guardiano: la voce non è tonante, ma sonora e ben proiettata. Dal basso russo si vorrebbe però una dizione più precisa. Ottima la prova di Marco Filippo Romano che si dimostra ancora una volta un abile fraseggiatore, capace di dare spessore al personaggio di Fra Melitone. Meno centrata la prova di Vasilisa Berzhansaya come Preziosilla: il registro acuto è squillante, la coloratura è precisa, ma il registro grave non non è così sonoro come questo ruolo richiederebbe.
Molto lunga la lista dei comprimari di quest’opera, a partire dal personaggio la cui morte scatena la serie di eventi che l’opera narra, ovvero il marchese di Calatrava qui interpretato in modo autorevole da Fabrizio Beggi. Da segnalare anche l’ottimo Mastro Trabuco di Carlo Bosi insieme alla Curra di Marcela Rahal, all’alcade di Huanhong Li e al chirurgo di Xhieldo Hyseni.
Al termine della recita del 19 dicembre la sala gremita ha accolto calorosamente gli artisti presenti sul palco con ovazioni per Anna Netrebko e Ludovic Tézier. le recite proseguono fino al 2 gennaio con il secondo cast che vede impegnati Elena Stikhina, Luciano Ganci, Simon Lim e Amartuvshin Enkhbat.
Teatro alla Scala
Milano | 19 dicembre 2024
La forza del destino
Opera in quattro atti
libretto di Francesco Maria Piave e Antonio Ghislanzoni
musica di Giuseppe Verdi
Il Marchese di Calatrava | Fabrizio Beggi
Donna Leonora | Anna Netrebko
Don Carlo di Vargas | Ludovic Tézier
Don Alvaro | Brian Jagde
Preziosilla | Vasilisa Berzhansaya
Padre Guardiano | Alexander Vinogradov
Fra Melitone | Marco Filippo Romano
Curra | Marcela Rahal
Un alcalde | Huanhong Li
Mastro Trabuco | Carlo Bosi
Un chirurgo | Xhieldo Hyseni
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
direttore | Riccardo Chailly
maestro del Coro Alberto Malazzi
regia | Leo Muscato
scene | Federica Parolini
costumi | Silvia Aymonino
luci | Alessandro Verazzi
coreografia | Michela Lucenti
ph. Brescia & Amisano