
Lo scorso 28 gennaio abbiamo assistito all’ottava recita de La Traviata di Giuseppe Verdi in scena al Gran Teatre del Liceu di Barcellona. Una Traviata molto bene eseguita dal punto di vista vocale, ma che abbiamo trovato poco coinvolgente dal punto di vista emotivo. Vediamo insieme le cause che possono aver portato a questo risultato. Le nostre aspettative per questo spettacolo erano molto alte, non solo per l’eccellente cast ma anche per una regia che si propone come molto tradizionale e rispettosa. C’è tutto quello che dovrebbe esserci, all’apparenza: i salotti nobili, i costumi d’epoca, i calici di cristallo e quant’altro è necessario per ricreare, seppure in modo semplice, non sfarzoso, gli ambienti parigini ottocenteschi in cui viene ambientata la vicenda. Eppure, questa regia così conservatrice e vicina all’immaginario comune di Traviata, non riesce a emozionare e a coinvolgere.
Riteniamo che questo possa essere dovuto all’aver lavorato troppo poco insieme agli interpreti per caratterizzare i loro personaggi, oltre a smaccate incongruenze tra azione scenica e parola cantata e ai movimenti delle masse e dei figuranti poco studiati, se non del tutto inappropriati. Pur consapevoli che stiamo parlando della ripresa di una regia di David McVicar di 10 anni fa, non possiamo fare a meno di notare scollamenti tra l’idea registica e il contesto della vicenda voluto da Verdi e Piave, ad esempio nei movimenti dei personaggi o nelle tempistiche con cui interagiscono. Di per sé, inoltre, la regia non ha grandi idee innovative, e nonostante si parli della Traviata “dei bassifondi” o di “una critica all’ipocrisia della società dominante” in realtà di queste sfaccettature non si vede niente, e questa edizione pare una semplicissima Traviata “di maniera”, con decorazioni un po’ più scarne e sottotono rispetto alle altre Traviate classiche già viste in tutti i teatri e teatrini del mondo. Ma, seppure i movimenti “fuori stile” dei personaggi e delle masse hanno contribuito a rendere questa rappresentazione molto poco coinvolgente, riteniamo che il problema reale stia nell’influenza che le scelte registiche hanno sulla resa musicale. Alcuni dettagli, a nostro avviso, possono aver messo in difficoltà gli interpreti, dettagli certamente già presenti nella regia originale e che non sono stati sistemati dalla ripresa attuale. Vediamone insieme un paio. Il primo è che il palco è occupato interamente da un’unica enorme piattaforma, che dovrebbe rappresentare la lapide di Violetta, con tanto di data di nascita e di morte (nonostante sia del tutto inverosimile che muoia in un mese estivo, dato che dichiaratamente Violetta muore durante il Carnevale). Questa piattaforma, e la presenza di tende e sipari che vengono aperti e chiusi per consentire i rapidissimi cambi di scena, obbligano i cantanti a stare sempre molto lontani dal proscenio, cantando tra i 5 e i 7 metri almeno dal bordo della (già enorme) buca dell’orchestra. Obbligare i cantanti a stare in una posizione così arretrata ha avuto un effetto negativo sulla udibilità delle loro voci e molto probabilmente li ha portati a sforzarsi più del dovuto per farsi sentire bene. Un secondo dettaglio, che va nella stessa direzione del primo, è la presenza di numerosissime tende e drappeggi in tutte le scene, presenti su quasi tutti i lati di uno spazio oltretutto piuttosto spoglio. Come i cantanti sanno bene (ma forse i registi un po’ meno, pare) avere pareti solide dietro di sé aiuta la voce a riverberare con più vigore verso il pubblico. Sostituire le pareti solide con tessuti ondulati e flosci, notoriamente fonoassorbenti, ha significato ridurre notevolmente la resa del canto dei pur bravissimi interpreti. Dalla nostra posizione in sesta fila di platea (già non ottimale per sentire bene le voci al di sopra dell’orchestra) tutte le voci dei protagonisti sono arrivate con un volume buono ma inferiore all’atteso, mentre i comprimari sono risultati quasi del tutto inudibili. Belli i costumi, specialmente nel secondo atto a casa di Flora, mentre le luci non sono sufficienti ad illuminare l’allestimento tetro pieno di tendaggi neri e nell’ultimo atto tutti i cantanti tranne Violetta sono quasi invisibili, persi tra le tenebre. Se, secondo il regista, il colore nero doveva sottolineare l’ambiente sordido in cui ha luogo la vicenda e il suo funesto destino, in realtà quello che ne risulta è solamente una scena molto nera e immotivatamente scura, senza altri elementi narrativi che sviluppino l’idea in modo comprensibile. Nonostante la regia dimenticabile, il pubblico del Liceu ha grandemente apprezzato la recita e tutti gli artisti sono stati salutati con calore e scroscianti applausi. Perché, in fondo, Traviata è sempre Traviata, e non c’è modo di resistere al fascino della sua musica.
A questo si è aggiunto il volume dell’orchestra che, sempre dalla nostra posizione in platea, è parso molto elevato fino ad arrivare a coprire le voci. È stato interessante però riascoltare l’opera nella rappresentazione di due giorni dopo, notando come da un’altra posizione del teatro (quarto piano di barcaccia) il suono dell’orchestra arrivasse completamente diverso, molto più moderato, e le voci fossero molto più sonore. È stato anche curioso vedere come è cambiata, da una recita all’altra, la direzione del direttore d’orchestra, che ci è parso correre un po’ di più durante la recita del 28 gennaio, staccando tempi più sostenuti o perlomeno enfatizzando di più i motivetti in stile Zum-pa-pa che più volte compaiono come accompagnamento alle arie durante l’opera, cosa che ha fatto perdere il pathos e l’eleganza delle bellissime arie verdiane. Nella recita del 30 gennaio, invece, non abbiamo notato questa fretta né queste inflessioni bandistiche. Anche questa differenza potrebbe essere dovuta al diverso punto d’ascolto all’interno del teatro. Per il resto, il maestro Giacomo Sagripanti ha saputo guidare molto bene l’orchestra sinfonica del Liceu, che ha fatto una ottima prova, ottenendo un suono bellissimo e una precisa sincronia tra i musicisti.
Ma veniamo alla parte più apprezzata della serata, le voci soliste dei personaggi principali. Ruth Iniesta è stata una bravissima Violetta, che porta a casa una serata vocalmente ben riuscita e affronta il temibile ruolo con sicurezza. La voce rende il suo meglio nella parte alta del pentagramma, e sale senza sforzo anche alle note più acute, inclusi i fatidici “gioir, gioir” della grande aria del primo atto che tanti soprani temono come uno scoglio sommerso. Corretta l’interpretazione del personaggio, al netto delle indicazioni registiche. Abbiamo apprezzato il cambio di atteggiamento nella ripresa della cabaletta Sempre libera, che la seconda volta viene cantata da una Violetta sempre meno convinta di mantenere quello stile di vita basato su piaceri e follie, e che a poco a poco inizia a considerare l’idea di aprirsi all’amore. Iniesta dimostra di possedere il pieno controllo delle dinamiche e sfrutta questa sua dote tanto nella grande aria dell’atto primo quanto nell’atto secondo, dove porge un accorato “Dite alla giovine”. Buona l’interpretazione anche nell’Addio del passato del terzo atto, nonostante il tempo incredibilmente lento staccato dall’orchestra che quasi spezza il fluire della frase musicale. Scrosci di applausi celebrano la sua Violetta tanto alla chiusura del primo atto quanto al termine dell’opera, alla sua uscita sul palco. Al suo debutto nel ruolo di Alfredo, Xabier Anduaga ci sorprende per l’evoluzione che ha avuto il suo strumento vocale in questi anni. L’avevamo visto come (eccellente) Lindoro nel Barbiere a Parma cinque anni fa, e lo ritroviamo ora come un Alfredo dalla voce squillante e fresca, facile agli acuti, ma al tempo stesso corposa e rotonda nei centri e nei gravi. Seppure può sembrare, in alcuni punti, che scurisca il suono portandolo un po’ indietro, non risulta mai ingolato o artificioso. Perfettamente eseguita e molto sonora la sua aria con cabaletta che apre l’atto secondo. Riuscitissimo il duetto Parigi, o cara, molto ben eseguito in tono intimo e pieno d’affetto. Auguriamo a questo giovane tenore una ridente carriera in questo nuovo repertorio. Mattia Olivieri è un magnifico (e giovanissimo) papà Germont. Anch’egli al debutto in questo ruolo, dimostra le sue capacità da fuoriclasse affinate attraverso i ruoli interpretati nella sua brillante carriera. Belcantista a tutto tondo, affronta questo Verdi con voce omogenea in tutti i registri, fraseggio elegante, intonazione perfetta e grande volume. La freschezza del suo timbro e la sua figura slanciata lo rendono un Germont un po’ più giovane e sprint di quelli a cui siamo abituati, ma l’interpretazione scenica e il modo in cui porge la parola cantata lo rendono convincente anche in questo ruolo serio e austero. Pura siccome un angelo, Un dì quando le veneri, Di Provenza il mar il suol, tutte le sue arie sono state rese alla perfezione, successo confermato dalle ovazioni del pubblico del Liceu.
Molto bene il coro del Gran Teatre del Liceu, diretto dal maestro Pablo Assante, sempre sul pezzo e molto sonori. Bravi i ballerini del corpo di ballo, ma purtroppo terribili le coreografie insulse, dozzinali e decisamente fuori contesto sia nel coro delle zingarelle che in quello dei mattadori. Così come totalmente privi di senso sono gli ingressi e i movimenti del coro, delle comparse e dei comprimari, durante tutta l’opera.
Una nota di colore, proprio riguardo al pubblico: durante l’intera opera, in entrambe le rappresentazioni a cui abbiamo assistito, si è sentito molto rumore da parte degli spettatori. No, non solo le consuete caramelle rumorose; non solo i telefoni, che inesorabilmente hanno squillato in entrambe le recite nonostante le raccomandazioni a inizio spettacolo da parte della Direzione del Teatro. In queste recite di Traviata abbiamo assistito a uno spettacolo “avvolgente”, una full immersion nel mondo delle malattie respiratorie, in cui il pubblico si è sentito in dovere di far sentire Violetta meno sola nella sua sofferenza e ha tossito senza posa per quasi tutta l’opera, specialmente nei momenti più delicati e musicalmente intimi, tanto che ci è venuto da chiederci chi avesse davvero la tisi in quel teatro.
Roberto Cighetti
Gran Teatre del Liceu
Barcelona | 28 gennaio 2025
La Traviata
melodramma in tre atti
libretto di Francesco Maria Piave
tratto dal dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio
musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry | Ruth Iniesta
Flora Bervoix | Gemma Coma-Alabert
Annina | Patricia Calvache
Alfredo Germont | Xabier Anduaga
Giorgio Germont | Mattia Olivieri
Gastone | Albert Casals
Barone Douphol | Josep-Ramon Olivé
Marchese de Obigny | Pau Armengol
Dottore di Grenvil | Gerard Farreras
Giuseppe, servo di Violetta | José Luis Casanova
servo di Flora | Alessandro Vandin
Commissario | Pau Bordas
Coro del Gra Teatre del Liceu
Orchestra Sinfonica del Gran Teatre del Liceu
direttore | Giacomo Sagripanti
maestro del coro | Pablo Assante
regia | David Mc Vicar
ripresa da Leo Castaldi
coreografia | Andrew George
ripresa da Claudia Agüero
scene e costumi | Tanya McCallin
luci | Jennifer Tipton
riprese da Nicolas Fischtel
ph. Sergi Panizo