Evgenij Onegin di Čajkovskij al Teatro alla Scala

Dopo la Valchiria di Wagner la stagione scaligera prosegue con un’altra nuova produzione, stiamo parlando dell’Evgenij Onegin di Čajkovskij, presentato in un nuovo allestimento firmato da Mario Martone diretto da Timur Zangiev. Affascinante opera intimista del compositore russo, ma con scene corali e di ballo di grande importanza, mancava dalla Scala dal 2009 quando al Piermarini arrivò l’allestimento firmato da Tcherniakov suonato dai complessi del Bol’šoj di Mosca. 

Nello spettacolo di Martone, l’azione si svolge praticamente tutta in esterni, fatto eccezione per la stanza di Tat’jana ricolma di libri e il salone della casa del Principe Gremin dell’ultimo atto. I libri caratterizzano la prima parte dello spettacolo e sono disseminati ovunque, rappresentando il mondo in cui la giovane protagonista si rifugia per sfuggire alle incombenze sociali a cui fa fatica a confarsi. Ad un certo punto però i libri prendono fuoco e la sua stanza crolla, perché le illusioni finiscono e con il duello tra Lenskij e Onegin la realtà irrompe nella vita di Tat’jana. Il duello tra i due amici si svolge come una partita alla roulette russa, dando quindi alla morte di Lenskij un senso di ineluttabilità. Purtroppo a differenza dell’ultima opera russa firmata da Martone per la Scala (la visionaria Chovanščina di Musorgskij del 2019) questo nuovo Onegin è risultato meno riuscito, con alcune idee interessanti e un lavoro curato di regia sui personaggi, ma che nel complesso accompagna l’azione senza particolari guizzi, nemmeno a livello scenografico. Per questo spettacolo infatti Margherita Palli punta sul minimalismo, inserendo pochissimi elementi scenici che nel corso dell’ultimo atto spariscono del tutto lasciando il grande palcoscenico scaligero completamente vuoto. Suggestivo il disegno luci di Pasquale Mari, mentre i costumi di Ursula Patzak afferiscono alla contemporaneità. Daniela Schiavone ha firmato invece le coreografie che però non sono state valorizzate, considerando anche che la celebre polonaise è eseguita a sipario chiuso e che parte delle danze dell’ultimo atto si svolgono dietro un tendaggio rosso. 

Sul podio abbiamo ritrovato Timur Zangiev, direttore russo trentenne salito agli onori della cronaca per aver sostituito Valery Gergiev alla Scala dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Gergiev stava dirigendo in quei giorni Pikovaya Dama, ma non poté proseguire con le recite previste a causa delle sue posizioni politiche nei confronti dell’aggressione russa. Zangiev arrivò quindi in Scala e permise così di concludere le recite in cartellone, ottenendo un buon successo. In questa occasione il giovane direttore ha avuto modo di misurarsi con un altro capolavoro di Čajkovskij, ma non con simile risultato. Sebbene si sia dimostrato fautore di una direzione efficace e bravo nel mantenere gli equilibri con il palcoscenico, alla sua direzione è mancato il pathos, la trascinante potenza della musica di Čajkovskij che qua è risultata un po’ spenta e senza gli ardori drammatici che la contraddistinguono. Ottima la prova del coro preparato con perizia dal M* Alberto Malazzi.

In palcoscenico è stato raccolto per l’occasione un cast tutto russo, a cominciare dall’Onegin di Alexey Markov, baritono dalla voce vellutata, ma dalla voce avara di colori, che quindi non riesce a rendere appieno la trasformazione del personaggio che risulta così freddo e distaccato. Al suo fianco abbiamo trovato la Tat’jana di Aida Garifullina. Il soprano russo ha il perfetto physique du rôle e lo charme adatto all’evoluzione del personaggio, da ragazza di campagna a principessa, ma purtroppo la voce non è adatta a questo ruolo e risulta troppo leggera, con un registro grave quasi inesistente e volume modesto. Anche a livello interpretativo è parsa un po’ scolastica, non riuscendo a ridare il senso di un personaggio estremamente tormentato. Molto applaudito dal pubblico il Principe Lenskij del tenore Dmitry Korchak, che piega un’ottima tecnica, una voce ben timbrata e un fraseggio variegato alle sfumature del personaggio, prima in preda alla gelosia e poi straziato all’idea di dover abbandonare per sempre la vita e Ol’ga. Di buon livello le tre altre protagoniste femminili: sonora ed espressiva la Ol’ga di Elmina Hasan, sontuosa la Larina di Alisa Kolosova e incisiva la njanja di Julia Gertseva. Sul fronte maschile rimane da dire del Gremin di Dmitry Ulyanov, dalla voce profonda di basso, ma poco incisiva e gradevole da ascoltare, e dei buoni comprimari: dal Triquet di Yaroslav Abaimov (dalla voce gradevole di tenore leggero, poco udibile però al di sopra della massa sonora orchestrale) al capitano della guardia di Huanhong Li, dallo Zareckij di Oleg Budaratskiy al contadino di Andrzej Glowienka. 

Al termine della recita gli applausi per il cast sono stati poco più che tiepidi. La stagione della Scala prosegue con la ripresa della Tosca di Puccini, nell’allestimento di Livermore che ha aperto la stagione 2019/2020 e con una nuova produzione de L’Opera seria di Florian Leopold Gassmann.


Teatro alla Scala
Milano | 8 marzo 2025

Evgenij Onegin
scene liriche in tre atti e sette quadri
libretto di Pëtr Il’ič Čajkovskij
musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

La vedova Larina | Alisa Kolosova
Tat’jana | Aida Garifullina
Ol’ga | Elmina Hasan
La njanja Filipp’evna | Julia Gertseva
Evgenij Onegin | Alexey Markov
Vladimir Lenskij | Dmitry Korchak
Il principe Gremin | Dmitry Ulyanov
Un capitano della guardia | Huanhong Li
Zareckij | Yaroslav Abaimov
Un contadino | Andrzej Glorwienka

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

direttore | Timur Zangiev
maestro del coro | Alberto Malazzi
regia | Mario Martone
scene | Margherita Palli
costumi | Ursula Patzak
luci | Pasquale Mari
coreografia | Daniela Schiavone
video | Alessandro Papa

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