
Il titolo inaugurale dell’edizione 2025 del Festival wagneriano di Bayreuth è Die Meistersinger von Nürnberg in una nuova produzione diretta da Daniele Gatti e allestita da Matthias Davids. A causa di un’indisposizione la recita del 19 agosto (della quale riferiamo) è stata diretta da Axel Kober, subentrato al collega senza prove, e uscitone trionfatore per l’invidiabile tenuta tra orchestra e palcoscenico lungo tutta l’esecuzione. Se si considera che è subentrato senza neppure la possibilità di una prova musicale, il modo in cui ha portato a termine il finale secondo ha del sorprendente.
L’impianto scenico di Andrew D. Richards replica e riflette i materiali, i colori e le forme della sala del Festspielhaus. I materiali utilizzati ricordano il legno in gradazioni di colore sempre più scure così come in sala man mano che si avvicina al boccascena. Nel primo atto la chiesa di Santa Caterina si trova alla sommità di una scalinata assai ripida (ma praticabile) attraverso la quale i fedeli si congedano dalla funzione che si è appena conclusa. L’intento è quello di disorientare gli spettatori dal punto di vista visivo, perché spostando il punto di fuga verso l’alto il regista intende sottolineare la priorità sia spirituale sia estetico-letteraria sulla vita terrena. La concretezza è invece descritta nel secondo atto, dove forme quadrate conferiscono stabilità all’insieme e un’atmosfera di maggiore raccoglimento che, oltre a giovare alla concentrazione del pubblico, si sposa benissimo col carattere notturno previsto dal libretto. L’atto si conclude poi con la baruffa, che si svolge su un vero e proprio ring (quasi fosse un incontro di pugilato) con un effetto che sembra banale a descriverlo ma è reso con una precisione tale da risultare impeccabile e divertente. Il terzo è quello invece che a livello estetico presenta il maggior numero di riserve. Partendo dal presupposto che il regista Matthias Davids si focalizzi su quanto forte sia il conflitto fra la creatività e il sistema di regole che consentono la coabitazione sia a livello poetico sia all’interno della società, il fatto che la scena finale sia dominata da una mucca gonfiabile capovolta continua a risultarci indigesto. Alla base di questa c’è il fatto che, nonostante Eva agisca in modo maturo dal punto intellettuale nel corso del secondo atto, è come messa in palio così come “una mucca ad una fiera”. A livello estetico questa scelta non è vincente e finisce per svilire uno dei momenti topici di tutta l’opera compromettendone la riuscita dell’insieme. Molto spesso le idee hanno anche un valore, apprezzabile e a volte condivisibile, ma la messa in pratica prevede poi un buon gusto che purtroppo in questo caso manca. Gradevoli i costumi di Susanne Hubrich, che insistono su diverse tonalità di viola, e funzionale il disegno luci di Fabrice Kebour.
Michael Volle, subentrato all’indisposto Georg Zeppenfeld, è il Sachs di riferimento degli ultimi dieci anni. Qualche momento di cedimento si manifesta nel terzo atto la cui durata spropositata (ben oltre due ore) metterebbe in ginocchio chiunque. Michael Spyres è il motivo di maggior interesse di tutto il cast. Il tenore americano la cui carriera ha avuto inizio con Rossini si focalizza ormai da un paio d’anni sul repertorio drammatico anche wagneriano con esiti brillanti. La gestualità in scena è magniloquente, spesso esagerata se rapportata al ruolo di Stolzing, ma con la pratica troverà una cifra espressiva in scena più pertinente a personaggi che non hanno un carattere latino. Jongmin Park è un Pogner molto corretto e disinvolto ed esegue in modo esemplare il solo del primo atto (l’unico momento topico a lui riservato); Michael Nagy è un Beckmesser inappuntabile dal punto di vista vocale e riesce a essere divertente in scena senza mai risultare caricaturale nel canto: onore al merito. Christina Nilsson è tanto misurata nel canto quanto sbarazzina nella recitazione, mentre Christa Mayer è inappuntabile nonostante sia costretta a peregrinare lungo la scalinata nel primo atto. Bravissimo si conferma infine Ya-Chung Huang (David) accorso anche lui in sostituzione del previsto Matthias Stier. Ottimi tutti gli altri e menzione d’onore per il Coro, diretto da Thomas Eitler-de Lint, il cui contributo in un’opera così complessa è determinante.
Accoglienze trionfali al termine, un quarto d’ora di applausi per uno spettacolo che supera le sei ore e quaranta minuti di durata (incluse due ore intervalli). Questa produzione sarà ripresa nell’estate 2027.
Richard Wagner Festspielhaus
Bayreuth 19 agosto 2025
Hans Sachs, Schuster | Michael Volle
Veit Pogner, Goldschmied | Jongmin Park
Kunz Vogelgesang, Kürschner | Martin Koch
Konrad Nachtigal, Spengler | Werner Van Mechelen
Sixtus Beckmesser, Stadtschreiber | Michael Nagy
Fritz Kothner, Bäcker | Jordan Shanahan
Balthasar Zorn, Zinngießer | Daniel Jenz
Ulrich Eisslinger, Würzkrämer | Matthew Newlin
Augustin Moser, Schneider | Gideon Poppe
Hermann Ortel, Seifensieder | Alexander Grassauer
Hans Schwarz, Strumpfwirker | Tijl Faveyts
Hans Foltz, Kupferschmied | Patrick Zielke
Walther von Stolzing | Michael Spyres
David, Sachsens Lehrbube | Ya-Chung Huang
Eva, Pogners Tochter | Christina Nilsson
Magdalene, Evas Amme | Christa Mayer
Ein Nachtwächter | Tobias Kehrer
Direttore | Axel Kober
Regia | Matthias Davids
Scene | Andrew D. Edwards
Costumi | Susanne Hubrich
Maestro del Coro | Thomas Eitler-de Lint
Drammaturgia | Christoph Wagner-Trenkwitz
Luci | Fabrice Kebour
Coreografia | Simon Eichenberger
ph. Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath