
La stagione del Teatro alla Scala di Milano prosegue in queste settimane con una delle nuove produzioni più interessanti del cartellone: Pelléas et Mélisande, capolavoro di Debussy, nonché sua unica partitura operistica. Lo spettacolo segna il debutto sul palcoscenico scaligero del regista Romeo Castellucci, affiancato nella direzione musicale dal maestro Maxime Pascal, subentrato al maestro Daniele Gatti dopo la sua rinuncia a tutte le collaborazioni previste con la Scala, in seguito alla mancata nomina a direttore musicale.
La messinscena di Romeo Castellucci (che qui firma non solo la regia, ma anche scene, costumi e luci) si colloca in quella zona di confine tra teatro musicale, installazione visiva e performance artistica che da anni caratterizza il suo linguaggio. Non si tratta di una lettura narrativa tradizionale di Pelléas et Mélisande, bensì di un percorso simbolico e contemplativo, costruito attraverso immagini di forte potenza evocativa e una cura quasi ossessiva del dettaglio. Castellucci colloca la vicenda in una dimensione fuori dal tempo, un limbo in cui i personaggi sembrano osservare sé stessi e le proprie azioni come reperti di un passato già compiuto. I protagonisti appaiono intrappolati in una memoria eterna, come visitatori di un museo dell’esistenza umana, costretti a rivivere ciclicamente il proprio destino. È proprio questa idea di “musealizzazione” della vita e della tragedia a diventare uno degli assi portanti della regia. Infatti lungo tutto lo spettacolo compaiono bassorilievi e reperti fossili che raccontano, come frammenti archeologici, episodi della storia di Pelléas e Mélisande: immagini pietrificate che trasformano il dramma in memoria sedimentata. Nel finale, questa visione trova il suo compimento nelle teche in cui viene deposto il corpo di Mélisande, quasi fosse anche lei un reperto archeologico. Ne nasce uno spettacolo di grande impatto visivo, dominato da un’estetica capace di generare immagini che restano impresse ben oltre la conclusione dell’opera: ne è un esempio il momento dell’uccisione di Pélleas da parte del fratello, durante il quale lo spazio completamente bianco in cui è immersa la scena si tinge di nero mentre Golaud avanza passo dopo passo pronto a sferrare il colpo che lo ucciderà. Castellucci in piena sintonia con la natura simbolista della musica di Debussy trasforma l’opera in un rituale scenico, dando corpo e immagine a tutta l’inquietudine che pervade la partitura dell’opera.
La performance musicale si è ben adattata a questo allestimento, soprattutto grazie alla direzione di Maxime Pascal. Il suo Debussy è estremamente calibrato e controllato, misurato nelle dinamiche, con suoni e armonie di grande bellezza, ma senza slanci emozionali, tanto da poter apparire troppo distaccato. La sua direzione però con la sua estrema compostezza si è perfettamente accordata allo spettacolo di Castellucci. L’orchestra ha risposto ottimamente seguendo il direttore francese, capace di mantenere un delicato equilibrio tra buca e palcoscenico. I due protagonisti erano Bernard Richter e Sara Blanch. Avevamo già apprezzato il tenore svizzero in questo ruolo a Vicenza e, anche in questa occasione, il suo Pélleas è stato pienamente convincente, sia dal punto di vista vocale che da quello puramente interpretativo. La voce è chiara, adatta a trasmettere il carattere giovanile di questo giovane sventurato, ben timbrata e con un declamato scolpito di grande intensità. Sara Blanch invece debuttava il ruolo di Mélisande. Il giovane soprano catalano ha voce luminosa, con un solido registro acuto, mentre il registro grave su cui spesso insiste la tessitura di Mélisande risulta meno timbrato. Nonostante ciò, le sue ottime capacità declamatorie e la sua totale aderenza al personaggio disegnato da Castellucci hanno reso la sua performance come Mélisande uno degli aspetti più interessanti e coinvolgenti di questa produzione scaligera. Di grande impatto anche Simon Keenlyside nei panni di un Golaud roso dal dubbio. Con la sua voce profonda e cavernosa, John Relyea vestiva invece i panni di un tenero Arkel. Ottima anche la Géneviève di Marie-Nicole Lemieux. Sicura di sé, intonata e coinvolgente la piccola Allegra Maifredi come Yniold. Completavano il cast Zhibi Zhang (un medico) e Geunhwa Lee (un contadino).
Buon successo al termine della recita con il teatro gremito che ha tributato applausi a tutti gli artisti, ultima recita in cartellone per questa produzione sarà il prossimo 9 maggio.
Teatro alla Scala
Milano | 30 aprile 2026
Pelléas et Mélisande
dramma lirico in cinque atti e dodici quadri
libretto di Maurice Maeterlinck
musica di Claude Debussy
Pelléas | Bernard Richter
Golaud | Simon Keenlyside
Arkel | John Relyea
Le petit Yniold | Allegra Maifredi
Un médecin | Zhibi Zhang
Mélisande | Sara Blanch
Geneviève | Marie-Nicole Lemieux
Le berger | Geunhwa Lee
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
direttore | Maxime Pascal
maestro del coro | Giorgio Martano
regia, scene, costumi, luci | Romeo Castellucci
dramaturg | Christian Longchamp
collaboratrice artistica del regista | Giulia Giammona
ph. Monika Rittershaus