La Clemenza di Tito di Mozart a Zurigo

Home Page, Opera, Musica, Teatro, Recensione5 months ago

Tra le nuove produzioni della stagione 25/26 della Opernhaus di Zurigo, una delle piú attese era senza dubbio La clemenza di Tito di Mozart per la regia di Damiano Michieletto e con la direzione musicale di Marc Minkowski

Lo spettacolo firmato da Damiano Michieletto abbandona la Roma imperiale del libretto per trasportare la vicenda in un contesto che ricorda in maniera evidente la Berlino Est degli anni Sessanta e Settanta. Tito non è più soltanto un sovrano illuminato, ma diventa una figura politica, un uomo di governo intrappolato in un sistema fatto di sorveglianza, sospetti, tradimenti e giochi di potere, in un’atmosfera che sembra richiamare apertamente il cinema, in particolare, le tensioni psicologiche e visive del film Le vite degli altri. Più che una semplice attualizzazione, quella di Michieletto è una vera rilettura dell’opera, che trasforma La clemenza di Tito in un dramma sul controllo e sulla fragilità del potere. L’intera azione si svolge all’interno di un grande ambiente cubico giallo, al cui centro una silenziosa piattaforma rotante genera continuamente nuovi spazi: uffici governativi, appartamenti, stanze di controllo e ambienti domestici dalla spiccata estetica tedesca. Le scene di Paolo Fantin sembrano guardare con interesse al design della Germania postbellica. In particolare sembra richiamare gli interni della Deutsche Oper di Berlino di Fritz Bornemann (con il suo inconfondibile giallo) e Thomas Demand e la sua installazione site-specific Saal del 2011 per la storica Metzler Hall dello Städel Museum di Francoforte: anche qui le pareti rivestite da un finto tendaggio producono un effetto quasi teatrale, come se tutto ciò che vediamo fosse una costruzione scenica e le vite dei protagonisti fossero delle recite. Di grande impatto la trasformazione della scena nel secondo atto, dopo l’attentato esplosivo che chiude il primo atto, con la grande parete squarciata. Ne emerge uno spettacolo visivamente molto forte, costruito con la consueta precisione di Michieletto e del suo team, dove i personaggi sembrano muoversi costantemente sotto osservazione. La rotazione continua della scena amplifica infatti la sensazione di controllo, mostrando simultaneamente frammenti di vite e dinamiche politiche, mentre la regia insiste sui rapporti tra i protagonisti più che sulla dimensione monumentale dell’opera seria mozartiana. In questo contesto la “clemenza” del titolo perde quasi ogni idealizzazione e assume contorni diversi: non gesto eroico di un sovrano illuminato, ma scelta politica, fragile compromesso umano all’interno di un sistema corrotto e paranoico.

In buca per questa occasione abbiamo trovato l’Orchestra La Scintilla, compagine che imbraccia strumenti d’epoca, impegnata in esecuzioni storicamente informate. In questa produzione alla testa dell’orchestra svizzera abbiamo trovato Marc Minkowski che ha scelto tempi concitati, mantenendo un ritmo sempre molto elevato, dando grande drammaticità all’azione, in alcuni casi spiazzando l’ascoltatore, ma a nostro parere in pieno concerto con lo spettacolo ideato da Damiano Michieletto. L’orchestra ha offerto un’ottima prova, caratterizzata da grande leggerezza e precisione stilistica, così come estremamente incisivi sono stati i recitativi. Ottimo il contributo del Coro preparato da Ernest Raffelsberger. 

Sul fronte del cast vocale ha brillato la prova di Lea Desandre al debutto nei panni di Sesto. Il giovane mezzosoprano francese ha emozionato il pubblico grazie ad una voce duttile, ben proiettata, con un fraseggio elegante e colorature impeccabili, aspetti vocali messi al servizio di un’interpretazione davvero intensa e coinvolgente, capace di mettere in luce i punti di forza e le fragilità di Sesto. Nobile e umano è stato il Tito di Pene Pati, al suo debutto sia in questo ruolo che alla Opernhaus Zürich. Il tenore neozelandese sfoggia voce solare e un bel fraseggio con un’ottima dizione, mentre meno precise sono state le agilità che caratterizzano ad esempio l’aria Se all’impero, amici. Di gran temperamento la Vitellia di Margaux Poguet, perfettamente in grado di restituire i mille contrasti che caratterizzano questo personaggio. Vocalmente ha voce lirica, con ottime agilità e un registro acuto solido, meno timbrato risulta invece quello grave. L’altra coppia era costituita da Yewon Han, una buona Servilia dalla voce argentina, e da Siena Licht Miller, un Annio coinvolgente, con voce mezzosopranile molto espressiva a cui si perdona una dizione non sempre impeccabile. Concludeva il cast il Publio dalla solida voce di basso-baritono di Andrew Moore. 

 


Opernhaus Zurich
Zurigo | 3 maggio 2026

La clemenza di Tito
Opera seria in due atti
Libretto di Caterina Mazzolà da Pietro Metastasio
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Tito Vespasiano | Pene Pati
Vitellia | Margaux Poguet
Servilia | Yewon Han
Sesto | Lea Desandre
Annio | Siena Licht Miller
Publio | Andrew Moore

Orchestra La Scintilla
Chor der Oper Zürich
Statistenverein am Opernhaus Zürich

direttore | Marc Minkowski
maestro del coro | Ernest Raffelsberger
regia | Damiano Michieletto
scene | Paolo Fantin
costumi | Klaus Bruns
luci | Alessandro Carletti
dramaturg | Kathrin Brunner

 

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