
Il Teatro alla Scala di Milano sta proponendo in queste settimana una nuova produzione della Carmen di Bizet, titolo che mancava sul palco della scala da 11 anni, quando andò in scena la ripresa della produzione firmata da Emma Dante per il 7 dicembre del 2009. Questa nuova produzione è stata affidata a Damiano Michieletto (lo spettacolo è frutto di una coproduzione con la Royal Opera House di Londra e con il Teatro Real di Madrid), mentre la parte musicale ha visto impegnato il maestro Myung-whun Chung, al suo primo appuntamento scaligero dopo la nomina a direttore musicale del teatro.
L’allestimento firmato da Damiano Michieletto colloca la vicenda in una Spagna sospesa tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, allontanandosi dall’immaginario tradizionale legato alla Carmen di Bizet. Pur non rappresentando uno dei vertici del percorso registico di Michieletto, lo spettacolo conserva una notevole capacità di coinvolgere ed emozionare il pubblico grazie alla forza delle immagini che si susseguono nel corso della serata. Determinante in questo senso è il contributo delle luci di Alessandro Carletti, che avvolgono l’intera rappresentazione in una dimensione sospesa fatta di penombre, foschie e controluce, creando un’atmosfera di costante inquietudine. Le scene di Paolo Fantin ruotano attorno a un unico edificio collocato su una piattaforma girevole che si trasforma di atto in atto: da caserma della polizia a nightclub di Lillas Pastia, fino al rifugio dei contrabbandieri e alla stanza in cui Escamillo si prepara alla corrida. Una soluzione semplice ma efficace, capace di garantire continuità narrativa e fluidità cinematografica ai cambi di ambiente. Dal punto di vista visivo questa Carmen sembra guardare da un lato alla celebre lettura della Carmen fatta da Calixto Bieito dall’altro al dittico Cavalleria rusticana/Pagliacci dello stesso Michieletto. In entrambi i casi emerge la volontà di liberare la vicenda dagli stereotipi folkloristici che tradizionalmente accompagnano le opere, privilegiando una dimensione più aspra e realistica. Nella ripresa milanese questa scelta appare persino più radicale rispetto alle precedenti edizioni viste a Madrid e Londra: scompaiono infatti diversi elementi scenografici e simbolici, tra cui il grande cartellone pubblicitario della corrida che dominava il fondale, lasciando spazio a un paesaggio ancora più arido e desolato; tra i tagli effettuati anche la figura della madre di Don José vestita di nero che accompagnava silenziosa quasi tutte le scene è stata quasi del tutto eliminata, comparendo solo come oscuro presagio del destino di Carmen.
Come già detto, sul podio abbiamo trovato Myung-whun Chung, fresco di nomina come nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala. Il direttore sudcoreano propone una Carmen energica, alternando momenti di grande intensità drammatica ad altri di eterea bellezza, mantenendo sempre un grande equilibrio nei volumi orchestrali e ottenendo dall’Orchestra scaligera una buona prova esecutiva. Inspiegabilmente il maestro Chung opta per tagliare gran parte dei dialoghi parlati, una scelta che rende fluida l’esecuzione musicale, ma che risulta poco comprensibile dal punto di vista drammaturgico. Corretto il contributo del Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi; molto partecipe e convincente il Coro di voci bianche preparato per la prima volta da Brunella Clerici.
Sul fronte vocale, Clémentine Margaine è una Carmen di lunga esperienza, ma che in questa occasione non appare del tutto convincente. La voce è corposa e gli acuti sicuri, ma il fraseggio non è sempre efficace e dal punto di vista interpretativo risulta poco coinvolgente: la sua è così una Carmen spavalda, ma che non riesce a sedurre. Al suo fianco (e al suo opposto) come Don José abbiamo trovato un Vittorio Grigolo in ottima forma: il tenore imperversa scenicamente, offrendo al pubblico una prova generosa e vocalmente salda. Il suo José si caratterizza sin da subito per essere impulsivo e incapace di prendere decisioni, tratti distintivi che lasciano così presagire senza dubbio ciò che verrà al termine. Natalia Tanasii veste invece invece i panni di Micaëla: il soprano moldavo sfoggia una bella voce lirica e un’ottima tecnica. L’interpretazione è purtroppo risultata poco coinvolgente, a causa anche di una scelta registica che fa di Micaëla un personaggio del tutto sottomesso alla madre di Don José e priva di una sua personalità. A chiudere il quartetto dei protagonisti c’è Giorgi Manoshvili, caratterizzato da un’affascinante voce di basso, ben timbrata e pastosa. Al suo Escamillo manca interpretativamente un po’ di impudenza e di sfacciataggine.
Di buon livello i comprimari coinvolti, a partire dalla coppia affiatata formata dalla Frasquita di Sarah Dufresne e dalla Mercédès di Marine Chagnon. Ottima anche la prova di Xheldo Hyseni (Zuniga), Pierre Doyen (Le Dancaïre), Loïc Félix (Le Remendado) e Simone Del Savio (Moralès).
Al termine della recita grandi festeggiamenti per tutto il cast, ma soprattutto per il Maestro Chung. Carmen sarà in scena fino al 27 giugno, con un secondo cast formato da Stéphanie d’Oustrac, Matthew Polenzani, Andrii Kymach e Slávka Zámečníková che si alterna a quello da noi ascoltato.
Teatro alla Scala
Milano | 12 giugno 2026
Carmen
opéra-comique in quattro atti
libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
musica di Georges Bizet
Carmen | Clémentine Margaine
Don José | Vittorio Grigolo
Escamillo | Giorgi Manoshvili
Micaëla | Natalia Tanasii
Zuniga | Xheldo Hyseni
Le Dancaïre | Pierre Doyen
Le Remendado | Loïc Félix
Frasquita | Sarah Dufresne
Mercédès | Marine Chagnon
Moralès | Simone Del Savio
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
direttore | Myung-whun Chung
maestro del coro | Alberto Malazzi
maestro del coro di voci bianche | Brunella Clerici
regia | Damiano Michieletto
scene | Paolo Fantin
costumi | Carla Teti
luci | Alessandro Carletti
dramaturg | Elisa Zaninotto
ph. Brescia & Amisano